Trump si sta trasformando in un pericolo per la sicurezza nazionale degli USA?

Mentre la Casa Bianca piccona il concetto stesso di Occidente, l’incontro della Shanghai Cooperation Organizzation (SCO) a Tianjin mostra che la Cina sta tessendo una fitta rete per disegnare un ordine mondiale alternativo a quello guidato finora dagli americani. La politica scriteriata dei dazi trumpiani ha indebolito gli alleati europei e asiatici, infliggendo anche un duro colpo alla strategia di alleanza con l’India per contrastare Pechino. Trump presenta sé stesso come un mago nell’arte di “fare affari” ma la realtà geopolitica dice altro e la sua promessa di risolvere i problemi mondiali “entro due settimane” si sta rivelando un bluff clamoroso. Oggi l’unico alleato degli Stati Uniti è il governo di Israele, guidato dal criminale di guerra Netanyahu, mentre la Cina è al centro di un’organizzazione composta da 26 nazioni che rappresentano il 40 per cento della popolazione del pianeta e un quarto del Pil mondiale. Non sembra la strada giusta per far tornare l’America ai fasti del passato.

L’incontro annuale della SCO si è tenuto nella città portuale cinese di Tianjin dal 31 agosto al 1 settembre 2025 e ha avuto una rilevanza particolare per il delicatissimo contesto internazionale e perché ha messo in evidenza l’impatto negativo della politica dei dazi, imposti da Trump soprattutto agli alleati. L’effetto di questa mossa è stato di creare un ampio margine di manovra per Pechino. In questo modo il Dragone ha avuto buon gioco nel presentarsi come equilibrato difensore di una politica vantaggiosa per tutti, in contrapposizione al “bullismo” del presidente USA e ha prospettato la nascita di un nuovo ordine mondiale, ovviamente dominato da Pechino. La Shanghai Cooperation Organization è un’istituzione euroasiatica creata per scopi politici, economici e di sicurezza nel 2001 da Cina, Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan. Nel 2017 hanno aderito anche India e Pakistan, a cui si sono poi aggiunti Iran e Bielorussia. Ad altri 13 Paesi è stato riconosciuto il titolo di partner di dialogo e sono: Arabia Saudita, Armenia, Azerbaigian, Bahrein, Cambogia, Egitto, Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Maldive, Mianmar, Nepal, Qatar, Sri Lanka e Turchia.

La Shanghai Cooperation Organization sta accrescendo il proprio ruolo internazionale e questo rafforza le aspirazioni della Cina.

Come si vede, è un consesso molto eterogeneo che vede la presenza di giganti economici e di realtà molto più modeste, di Paesi della NATO, come la Turchia, e di altri che sono parte integrante del Russkij Mir, come la Bielorussia. Dalla fondazione, Pechino ha sempre cercato di usare la SCO per portare avanti la sua strategia per una riorganizzazione dell’economia mondiale che avesse la Cina come proprio baricentro. Mentre la Russia è diventato un satellite del Dragone, e la prolungata guerra in Ucraina ne ha accentuato la subalternità, la presenza dell’India, gigante demografico ed economico che aspira a guidare il Sud globale, rappresenta una seria sfida al progetto del Partito comunista cinese. I due Paesi sono molto diversi culturalmente, uno è la più grande democrazia del modo mentre l’altro è controllato da un partito unico, sono concorrenti economici, hanno dispute territoriali per il lungo confine comune che ha scatenato una guerra, breve ma intensa, nel 1962 (gli ultimi scontri ci sono stati nel 2020-2021, con decine di morti).

Pechino ha iniziato la costruzione di una mega diga nell’altopiano del Tibet che rischia di compromettere la sicurezza idrica di India e Bangladesh. Inoltre, la Cina sostiene economicamente e militarmente il Pakistan, un nemico storico di Delhi che viene accusato (a ragione) di sostenere gli estremisti islamici che ciclicamente compiono attentati terroristici in India. Il 22 aprile 2025, nelle vicinanze di Palgham, una città del Kashmir indiano, un commando di terroristi islamici, affiliato al gruppo pakistano Lashkar-e-Taiba, ha fatto 26 vittime e 17 feriti tra i turisti che affollavano la zona. Delhi ha risposto lanciando missili contro il Pakistan, che ha colpito a sua volta il territorio indiano. Dopo tre giorni di ritorsioni reciproche è stato raggiunto un accordo di cessate il fuoco. Negli scontri delle due aviazioni il caccia cinese J-10C, in dotazione ai pakistani, ha dimostrato la sua efficacia in combattimento abbattendo dei Rafale, di fabbricazione francese. Questo parziale elenco di fatti dimostra concretamente quante siano le difficoltà nelle relazioni tra Pechino e Delhi. Eppure, la crassa incompetenza di un presidente intellettualmente ed emotivamente instabile come Trump ha fatto il miracolo di spingere il premier indiano Modi nelle braccia di Xi Jinping.

Un chiacchierone inconcludente e pericoloso

Il 15 agosto 2025 il presidente Trump e il suo omologo Putin si sono incontrati nella base militare di Elmendorf-Richardson in Alaska per un evento che alcuni commentatori superficiali avevano definito “storico” ma che si è rivelato un clamoroso fallimento per la Casa Bianca che, senza ottenere nulla in cambio, ha ricevuto con tutti gli onori il sanguinario dittatore russo sul suolo americano, certificando così il suo rientro tra i “grandi”. Non è nemmeno chiaro perché la diplomazia USA abbia accettato la data del 15 agosto, visto che corrisponde all’anniversario del ritorno al potere dei Talebani in Afghanistan, una sconfitta bruciante per tutti i Paesi democratici. Quell’accordo umiliante fu firmato proprio da Trump, anche se poi la fallimentare operazione del ritiro delle truppe fu gestita dall’amministrazione Biden. Nel delineare le sue finalità, Trump aveva dichiarato che la precondizione per il summit in Alaska era un cessate il fuoco in Ucraina, a cui sarebbe dovuto seguire un incontro tra Putin e il presidente ucraino Zelensky per aprire una discussione sulla fine di una guerra di invasione che Mosca continua a chiamare “operazione speciale”.

Il presidente russo sosteneva invece che il cessate il fuoco era totalmente inutile e che sarebbe stato molto meglio passare subito all’apertura di negoziati, in vista di un possibile accordo per chiudere definitivamente la questione. Dimenticando le precondizioni poste da lui stesso, Trump si è prontamente accodato allo zar e ha accettato interamente la posizione russa ricevendo Putin su un tappeto rosso, salutandolo calorosamente e facendolo salire addirittura sulla sua limousine blindata, come si fa con un vecchio amico. The Donald si è ripetutamente definito un “mago” nel raggiungere accordi e, a forza di ripeterlo, anche molti analisti hanno cominciato a crederci sul serio. Il problema è che la geopolitica mondiale è molto più complessa della gestione di uno show in TV, dove Trump ha effettivamente una diabolica capacità di manipolare gli ascoltatori. Nella vita privata lo speculatore immobiliare Trump è fallito diverse volte e si è salvato mentendo sulla reale consistenza delle sue proprietà, ottenendo prestiti da banche che ignoravano la sua fragile posizione patrimoniale.

In diplomazia si discute con tutti e si possono anche accettare compromessi dolorosi per porre fine a un conflitto che distrugge migliaia di vite umane. Ma quali sono stati i risultati del summit del 15 agosto? Trump aveva ipotizzato un incontro tra Putin e Zelensky «entro due settimane», seguito poi da una riunione a tre in cui il presidente USA fungeva da mediatore per raggiungere un accordo definitivo che lo avrebbe proiettato verso il Nobel per la pace. Non è andata così. Lo scaltro zar che, a differenza di Trump, conosce invece molto bene la politica internazionale, ha preso tempo, ha fatto promesse vaghe ma poi ha intensificato i bombardamenti sull’Ucraina, mostrando di non avere nessuna intenzione di porre fine all’invasione. Di fronte al fallimento politico evidente, l’attuale inquilino della Casa Bianca, con grande sprezzo del ridicolo, ha minacciato di prendere non meglio specificate misure contro Mosca se non fossero stati fatti passi avanti verso negoziati di pace con gli ucraini «entro due settimane». L’ultimatum a Putin è scaduto il 1 settembre ma delle “terribili” ritorsioni dell’America non si vede nemmeno l’ombra. Negli ambienti diplomatici internazionali il presidente americano è ormai chiamato “Mister due settimane”, l’unità di tempo preferita che, nella realtà, significa “mai”.

La guerra contro gli alleati

I più servili tra i commentatori degli eventi internazionali hanno ipotizzato che i clamorosi cedimenti al Cremlino nascondano in realtà una sottile strategia per staccare Mosca dall’abbraccio con Pechino, il vero oppositore strategico degli Stati Uniti. Tra gli analisti conservatori è molto popolare la teoria che bisogna corteggiare Putin per sganciarlo da Xi Jinping, aggiungendo che è l’insipienza del cosiddetto Occidente (che non esiste però nella prassi trumpiana), ossessionato dall’idea di allargare la NATO a est, che ha spinto la Russia a reagire invadendo prima la Georgia, poi la Crimea e, infine, l’Ucraina. L’appeasement verso Mosca si è dimostrato fallimentare e, in ogni caso, è basato su una premessa sbagliata che è quella di considerare la Russia come una fanciulla ritrosa che non attende altro che l’occidente-San Giorgio la salvi dal perfido drago-Cina. La Russia odierna nasce dalle ceneri dell’Unione Sovietica, un regime crudele e repressivo che crollò per le sue contraddizioni interne. Putin, che ha servito fedelmente lo stato sovietico come agente del KGB, ha rispolverato il mito della ricostruzione del Ruskij Mir, quello spazio geografico-culturale che riuniva le genti russe, e potrà essere fermato soltanto da minacce reali. Blandirlo, accettare acriticamente la sua lettura dei fatti e della storia non fa che rinforzare le sue mire espansionistiche.

La tesi che le spese per la difesa dell’Europa debbano ricadere sui Paesi del Vecchio continente, in modo che gli Stati Uniti possano concentrarsi nell’affrontare la vera minaccia strategica rappresentata dalla Cina, è formalmente corretta. Ma il corollario conseguente dovrebbe essere quello di stringere ancora di più i rapporti con India, Giappone e Corea del Sud e non di imporre loro dazi punitivi che stanno creando non poche difficoltà. Il 25 agosto 2025, durante la visita alla Casa Bianca di Lee Jae Myung, il presidente della Corea del Sud, Trump ha attaccato Seul parlando di non meglio specificate “epurazioni” e dichiarando che intende incontrare, appena se ne presenterà l’occasione, Kim Jong-un, il lunatico dittatore della Corea del Nord che minaccia con regolarità di usare le armi atomiche contro il suo confinante meridionale. Strano modo di stringere alleanze. Ma l’errore più devastante è stato compiuto verso l’India, con l’imposizione di una barriera tariffaria del 50 per cento. La motivazione è che l’India ha respinto la richiesta USA di cessare gli acquisti di petrolio dalla Russia, favorendo così la continuazione della guerra in Ucraina.

La foto che ritrae Narendra Modi e Xi Jinping il 31 agosto all’incontro della SCO a Tianjin dimostra quanto Trump sia distante dalle aspirazioni della maggioranza della popolazione mondiale. (© Sito ufficiale del governo indiano)

Assistiamo qui a un cortocircuito logico. Invece di varare sanzioni contro chi quella guerra l’ha scatenata, The Donald colpisce pesantemente un alleato fondamentale per il contenimento della Cina. L’India è il Paese più popoloso del mondo, cresce costantemente da anni e, nel 2025, ha superato il Giappone come Pil nominale diventando la quarta economia mondiale. Di fronte a tanta durezza, il premier indiano Narendra Modi, che sembrava avere una buona relazione personale col presidente USA, ha rifiutato le imposizioni americane a ha fatto un’apertura parziale alla Cina per migliorare gli scambi commerciali. Le sanzioni rappresentano infatti un duro colpo per Delhi perché vanno a colpire settori ad alta intensità di lavoro, come il tessile o la gioielleria, per i quali gli Stati Uniti sono il principale sbocco commerciale e non sarà possibile sostituire a breve un mercato così importante. A peggiorare le cose, il consigliere economico della Casa Bianca Peter Navarro ha attaccato l’India a sua volta dichiarando su X che il Paese era diventato «una lavanderia per ripulire i soldi del petrolio per conto del Cremlino». Il 29 agosto 2025 Michael Kugelman, un analista del Sud Est asiatico, ha dichiarato al britannico Guardian che anni di cooperazione per contenere le ambizioni di Pechino sono andati in fumo. «La fiducia indiana negli Stati Uniti è crollata», ha detto l’analista, aggiungendo: «Non sono sicuro che i funzionari americani si rendano conto della gravità del danno fatto in così poco tempo».

Le implicazioni di questo gesto sconsiderato sono strategiche, visto che nel 2007 l’India aveva accettato la proposta del premier giapponese Shinzo Abe di entrare nel Trilateral Strategic Dialogue, una serie di incontri tra Stati Uniti, Giappone e Australia, che si era quindi trasformato in una partnership di sicurezza denominata Quad, in cui Delhi gioca un ruolo centrale. Secondo voci riportate dal New York Times del 31 agosto 2025 sembra che Trump, dopo lo scontro con Modi, non intenda partecipare al prossimo incontro del Quad che sarà ospitato dall’India e questo ha creato forti apprensioni in Giappone e Australia perché quella che dovrebbe essere un’intesa strategica, che implica anche manovre militari congiunte, sembra dipendere dagli umori imprevedibili di un presidente che si sta rivelando sempre più inaffidabile. L’imposizione dei dazi ha fatto infuriare Modi, che ha deciso quindi di partecipare all’incontro della SCO a Tianjin e di alleggerire le tensioni con la Cina, sottolineando ancora una volta che una potenza come l’India ha una politica indipendente, sia da Pechino che da Washington.

Un nuovo mondo sinocentrico?

Se lo scopo della politica di Trump era quello di attirare Mosca nella propria orbita è fallito clamorosamente, come è stato dimostrato dall’incontro di Tianjin che aveva come ospite d’onore proprio Putin. Anche se Xi Jinping ha evitato forniture militari dirette, la sua tecnologia dual use ha rappresentato una linea di supporto vitale per lo sforzo bellico russo, che dipende da Pechino in maniera crescente, visto che sono cinesi il 70 per cento delle macchine utensili e il 90 per cento dei semiconduttori necessari a Mosca per ricostruire la sua macchina bellica. Gli scambi bilaterali hanno raggiunto i 240 miliardi di dollari lo scorso anno, quasi un raddoppio rispetto ai valori precedenti all’invasione dell’Ucraina. Il 2 settembre 2025 Cina e Russia hanno firmato un memorandum con valore legale per la costruzione di un nuovo gasdotto per aumentare ulteriormente la fornitura di gas, oltre al già esistente Power of Siberia. Il nuovo accordo consentirà alla Cina di ridurre ulteriormente gli acquisti di gas naturale liquefatto dagli Stati Uniti.

Molti analisti sottolineano che la SCO è piena di contraddizioni, che alcuni membri hanno profonde rivalità, che, a differenza della NATO, non sono legati da specifici accordi militari, che un gigante come l’India non accetterà mai di fare la pedina nella strategia a lungo termine di Pechino. Tutto vero, ma il colpo d’occhio dei 26 capi di stato e di governo che hanno posato per la foto di gruppo è impressionante perché dimostra l’esistenza di un mondo che non guarda a occidente quando pensa al proprio futuro, realtà che sfugge completamente all’attuale amministrazione americana. Pechino ha anche un ruolo centrale nei Brics, l’associazione il cui acronimo riunisce Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa. L’ottusa politica dei dazi ha inasprito le relazioni degli Stati Uniti con il Brasile e il Sud Africa e favorito un loro avvicinamento a Pechino che si trova enormemente favorita anche dall’inconsistenza dei funzionari scelti da Trump, che ha selezionato le persone sulla base della loro fedeltà, non della loro competenza.

Non dobbiamo poi dimenticare che nella SCO ci sono anche la Turchia (il presidente turco Erdogan era presente e ha incontrato sia Xi Jinping che Putin) e i principali Paesi del Medio Oriente che hanno aderito perché, evidentemente, cominciano a esplorare una realtà globale che, dopo la drammatica crisi del 2008 originata proprio dagli USA, mette sempre più in discussione gli equilibri usciti dalla Seconda guerra mondiale che hanno forgiato istituzioni internazionali dove il Sud del mondo (la maggioranza della popolazione mondiale) è scarsamente rappresentato. Da tempo la Turchia porta avanti una sua politica indipendente nell’area che fu dello scomparso impero ottomano, ma anche l’Arabia Saudita sta cercando di usare i suoi rapporti per lanciare una sua iniziativa nell’Indo-Pacifico. A loro volta, gli Emirati Arabi Uniti, già molto attivi in Africa, hanno da tempo iniziato una politica dinamica che li ha portati a una presenza crescente nell’area. Tutti hanno intensi legami con gli Stati Uniti ma guardano alla Cina e allo sviluppo dei propri interessi.

Il DF-61 è un missile balistico intercontinentale con una gittata di circa 7.500 chilometri, messo a punto dalla Cina e mostrato per la prima volta al pubblico durante la parata del 3 settembre 2025.

Alla riunione di Tianjin ha fatto seguito l’impressionate parata militare per celebrare gli 80 anni dalla sconfitta del Giappone. Nel suo discorso Xi Jinping, che aveva alla sua destra Putin e alla sua sinistra Kim Jong-un, ha parlato solo del grande impegno militare dell’allora Unione Sovietica e della Cina nella lotta contro l’imperialismo giapponese, senza menzionare mai gli Stati Uniti. Né Modi né Erdogan hanno partecipato alla parata, che ha mostrato gli enormi progressi compiuti dal complesso militare-industriale cinese in tutti i settori: aerei stealth, droni non individuabili dai radar, droni navali ma, soprattutto, missili ipersonici intercontinentali che possono colpire con testate atomiche in tutto il mondo. Molti commentatori si sono affrettati a dire che gli armamenti di Pechino sono certamente all’avanguardia ma non sono mai stati testati sul campo, al pari delle varie armi. Anche questo è vero, ma sembra dimenticare il fatto che la strategia militare della Cina è quella di puntare tutto sulle debolezze degli avversari e vincere senza combattere, almeno dai tempi di Sun Tzu (VI-V secolo a.C.).

D’altronde, la Cina è la seconda economia mondiale, fa enormi investimenti in ricerca e sviluppo, ha il monopolio dell’estrazione e della produzione delle terre rare, primeggia nel mercato delle auto elettriche e dei pannelli fotovoltaici, è il principale produttore manifatturiero e invade il mondo con le sue merci, è la principale potenza negli investimenti in Africa, ha penetrato profondamente i mercati europei e latino americani e possiede la più grande marina militare del mondo. La cantieristica cinese copre il 60 per cento della produzione mondiale, supera di 200 (duecento) volte le capacità produttive statunitensi e, in dieci anni, Pechino ha fatto progressi incredibili nella modernizzazione del proprio esercito. Sulla base di questi dati oggettivi, e nonostante le difficoltà del mercato immobiliare e del sistema bancario, le mire egemoniche di Xi Jinping non sono poi campate troppo per aria. Ricordiamo inoltre che la diplomazia cinese non ha mai usato i toni sferzanti e offensivi che Trump ha rivolto ad alleati e avversari (Abbiamo forse dimenticato la raffinata frase «I leader mondiali stanno già facendo la fila per venirmi a baciare il culo»?)

Rispondendo a una domanda della BBC che chiedeva se la Cina e i suoi alleati stessero cercando di formare una coalizione internazionale contro gli Stati Uniti Trump ha risposto: «No. Nel modo più assoluto. La Cina ha bisogno di noi» e ha aggiunto: «Ho un’ottima relazione col presidente Xi, come sapete. Ma la Cina ha più bisogno di noi di quanto noi abbiamo bisogno di loro». Trump dice inoltre di non essere preoccupato, anche perché l’esercito statunitense è il più potente del mondo e solo un pazzo potrebbe pensare di attaccarlo. Trump non si rende però conto che dopo la crisi del 2008 molto è cambiato nella struttura economica americana e che il deficit di bilancio statunitense si colloca su valori molto più elevati di quelli previsti. Il deficit eccessivo si può combattere con una politica di austerità e aumentando il carico fiscale sui più ricchi. Il presidente-speculatore ha invece deciso di fare il contrario e intende far pagare il deficit americano ai propri alleati tramite i dazi.

Questo però, come dimostra il caso dell’India, ha pesanti conseguenze politiche e sta contribuendo all’isolamento dell’America nel mondo, rendendola oggettivamente più debole, altro che Make America Great Again. Negli Stati Uniti quella che viene definita “società civile” non ha finora dato segni di vita nell’opporsi alla visione autoritaria del presidente. La magistratura ha fatto dei tentativi per difendere lo stato di diritto, ma senza risultati importanti. C’è il rischio che qualcuno cerchi delle scorciatoie per affrontare un problema che le istituzioni democratiche non sembrano in grado di risolvere. Se fossi il presidente rifiuterei in modo molto reciso ogni proposta per un viaggio a Dallas in cadillac scoperta il prossimo 22 novembre.

Galliano Maria Speri