Il 28 febbraio 2026, quando gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato il loro attacco illegale contro Teheran, hanno scoperchiato un vaso di Pandora senza avere nessuna chiara strategia per gestirne le conseguenze. Al blocco sostanziale dello stretto di Hormuz va ora ad aggiungersi l’offensiva degli Houthi, i ribelli yemeniti finanziati e armati dagli ayatollah, per assumere il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb, la via d’accesso che, tramite il Mar Rosso e il canale di Suez, consente il collegamento tra il Mediterraneo e l’Oceano Indiano. Se gli Houthi riuscissero a guadagnare un potere di interdizione su Bab el-Mandeb avrebbero la possibilità di sconvolgere gli scambi commerciali globali con delle implicazioni devastanti.
I principali analisti per il Medio Oriente avevano subito ipotizzato che, messo con le spalle al muro, il regime di Teheran avrebbe tentato di conquistare il controllo sullo stretto di Hormuz e, tramite i suoi alleati in Yemen, anche di Bab el-Mandeb. Per quanto possa apparire sconvolgente, questa possibilità che ogni studente di geopolitica del primo anno avrebbe immediatamente messo sul piatto, non è stata presa in considerazioni dagli strateghi israeliani e statunitensi. Eppure, questa era la convinzione di tutti i centri studi che si occupano dell’area. A partire dalla primavera del 2026, sono stati pubblicati decine di saggi che analizzavano proprio il potere di interdizione iraniano sui due stretti. Il 28 marzo 2026 l’esperto di geopolitica Cyril Widdershoven scriveva: «Se, insieme a Hormuz anche quello di Bab el -Mandeb viene bloccato, il sistema energetico globale entrerà in una fase di instabilità strutturale a livelli che non si sono visti da decenni o, forse, da sempre. Le linee di rifornimento globali e regionali saranno costrette a percorsi più lunghi e costosi. Le riserve strategiche si abbasseranno a livelli mai visti prima e le decisioni di investimento dovranno spostarsi dall’efficienza alla sicurezza». Il 7 agosto 2026 Khalid Al-Jaber, direttore esecutivo del Middle East Council on Global Affairs, dichiarava che «l’Iran sta costruendo una strategia marittima che collega Hormuz con Bab el-Mandeb creando un singolo sistema di pressione, in cui l’interruzione del commercio globale potrebbe diventare uno strumento regolare a disposizione del potere statale, piuttosto che una distante minaccia di scontro finale».

Per confermare che questa era proprio la strategia a tenaglia dell’Iran bastava leggere l’articolo di Ali Minabi sul Teheran Times, il quotidiano del regime iraniano in lingua inglese, del 13 settembre 2026: «Negli anni Settanta -scrive Minabi-, la principale preoccupazione degli Stati Uniti era il collasso dei regimi politici e la propagazione del disordine nella regione. Oggi, invece, la sfida più seria risiede non tanto nella fragilità degli stati quanto nella capacità degli attori regionali di influenzare i corridoi che collegano l’economia globale. Secondo questo nuovo modello, il controllo della sola geografia non è più sufficiente per misurare il potere. La capacità di influenzare i punti di transito e le infrastrutture critiche è diventata una fonte addizionale di potere […] Il collegamento che esiste tra lo stretto di Hormuz e quello di Bab el-Mandeb non va inteso semplicemente come un collegamento geografico tra due punti marittimi, ma piuttosto come la formazione potenziale di un sistema di deterrenza geo-economico che si estende dal Golfo Persico al Mar Rosso».
Non serve il controllo, basta la minaccia
Mentre il confronto sullo stretto di Hormuz rimane in una fase di stallo, la situazione ha avuto una improvvisa accelerazione la prima settimana di settembre 2026 quando i ribelli Houthi hanno lanciato una fulminea operazione per prendere il controllo dello stretto di Bab el-Mandeb. In pochi giorni sono riusciti a conquistare il porto di Mocha, la città di Dhubab e, l’11 settembre, l’isola di Perim (chiamata anche Mayyun), all’imbocco dello stretto. Da quell’isola hanno proclamato un blocco navale contro il regno saudita per cui il principale esportatore di petrolio al mondo, si è trovato assediato dal mare sui due lati della penisola arabica. Dopo il blocco di Hormuz, Riad aveva attivato il suo oleodotto Est-Ovest che consentiva di far arrivare fino a sette milioni di barili al giorno al porto di Yanbu, sul Mar Rosso, scavalcando quindi a ovest il blocco iraniano. Ma il 10 settembre 2026 dei droni partiti dalla provincia irachena di Maysan hanno colpito l’oleodotto nella regione dell’Hegiaz, provocando seri danni a una stazione di pompaggio. I tecnici valutano che saranno necessarie diverse settimane per riattivare l’oleodotto. I principali sospettati per l’attacco sono gruppi di sciiti iracheni legati a Teheran che quindi è riuscita a colpire l’Arabia Saudita da nord, grazie alle milizie irachene, e da sud, con l’offensiva degli Houthi.
Il controllo dell’isola di Perim non consente il blocco delle navi ma è un ottimo punto di sorveglianza da cui si possono eventualmente lanciare missili, droni o barchini esplosivi contro le navi che si vuole bloccare. Gli Houthi hanno dichiarato che Bab el-Mandeb è aperto a tutti con l’eccezione dei sauditi che hanno subìto attacchi a delle petroliere in transito. Dopo che i ribelli yemeniti hanno colpito infrastrutture petrolifere e civili saudite il principe ereditario Mohammed bin Salman ha chiesto aiuto a Washington ma Trump ha rifiutato ogni forma di sostegno diretto. Gli Stati Uniti si limiteranno a fornire informazioni ma non hanno nessuna intenzione di impegnarsi militarmente anche nel Mar Rosso, visto l’enorme dispiegamento in atto a Hormuz. Ricordiamo che il 5 maggio 2025, grazie alla mediazione dell’Oman, gli Stati Uniti e gli Houthi hanno firmato un cessate il fuoco per cui si sono impegnati a non colpire i rispettivi obbiettivi e, finora, l’accordo è stato rispettato da entrambi i contraenti. Ma è ovvio che l’isola di Perim, controllata da uno stretto alleato, consegna nelle mani di Teheran un potentissimo strumento di pressione verso Washington e consente al regime iraniano di mettere sotto scacco le reti del commercio globale. Infatti, non è necessario minare lo stretto ma solo minacciare di farlo per costringere tutte le compagnie di navigazione a trovare vie alternative per non correre rischi.

La rapida e vincente offensiva che ha permesso agli Houthi di conquistare una posizione strategica sullo stretto di Bab el-Mandeb rappresenta una svolta qualitativa nel conflitto che contrappone Stati Uniti e Israele all’Iran. Nonostante le gravi perdite durante gli scontri del 2025, gli Houthi hanno dimostrato di possedere ancora mezzi molto sofisticati sia per colpire i sauditi sia per individuare le nazionalità delle navi in transito. Per spiegare tanta precisione, gli esperti hanno formulato l’ipotesi che i russi abbiano messo a disposizione degli Houthi informazioni satellitari, consentendo loro di raggiungere con precisione gli obiettivi. Un problema aggiuntivo è che gli Stati Uniti hanno iniziato la guerra seguendo pedissequamente i consigli interessati del Primo ministro israeliano Netanyahu che, sulla base delle sue informazioni, aveva garantito un conflitto breve e vittorioso che sarebbe durato al massimo un paio di settimane. Nonostante tutte le lezioni sul campo, gli USA considerano ancora Hormuz e Bab el-Mandeb come due aspetti disgiunti, mentre è chiaro che l’Iran vede i due stretti non come fronti separati ma come i due poli di un singolo scontro marittimo con il quale intendono mettere simultaneamente sotto pressione l’economia globale da est e da ovest.
Cosa rischia l’Italia
Mentre Hormuz rappresenta (rappresentava?) una via cruciale per il flusso di petrolio e, soprattutto, di gas, lo stretto di Bab el-Mandeb è il punto obbligatorio che collega l’Oceano Indiano con il Mediterraneo attraverso il canale di Suez. Per l’Italia ha un’importanza vitale perché da lì passa tra il 30 e il 40 per cento del gas e petrolio che importiamo e il 40 per cento delle nostre esportazioni verso Asia e Africa. In caso di blocco, le navi sarebbero costrette a circumnavigare l’Africa e accedere al Mediterraneo tramite Gibilterra, il che farebbe allungare il viaggio di 20-25 giorni con un aumento dei costi che renderebbe più care le importazioni e meno competitive le esportazioni italiane. È chiaro che l’aumento esponenziale del costo dei combustibili per i trasporti e delle assicurazioni per coprire i rischi implicati dalla guerra si ripercuoterebbe molto velocemente su prezzi e inflazione. A causa della sua posizione geografica, l’Italia è più vulnerabile di altri Paesi europei per cui, più di altri, ha uno specifico interesse a evitare che lo scenario di guerra si allarghi ulteriormente. La fregata Bergamini, presente nel Mar Rosso nell’ambito della missione europea Aspides, ha già scortato un cargo italiano attraverso Bab el-Mandeb e si appresta a ripetere l’operazione con tutte le navi italiane che richiederanno la protezione della marina militare ma salta subito agli occhi che l’Italia da sola non potrà fare molto per neutralizzare le cause che hanno portato all’attuale conflitto.
L’operazione Aspides, approvata dal Consiglio europeo il 19 febbraio 2024, è stata istituita con l’obiettivo di assicurare la libertà di navigazione, proteggendo le navi mercantili, in particolare durante il transito davanti alle coste dello Yemen, dagli attacchi provenienti dalla terraferma. In teoria ha un ruolo cruciale per proteggere la libera navigazione in un’area di importanza strategica ma, finora, è rimasta molto sottodimensionata e ha visto ricadere il grosso degli impegni sulle spalle della marina militare greca e su quella italiana. Nella nuova situazione, che vede gli Houthi controllare gran parte della costa yemenita e l’isola di Perim, è necessario un impegno europeo più articolato e coordinato perché le milizie sciite potrebbero replicare anche a Bab el-Mandeb la strategia di deporre mine navali già testata con successo a Hormuz. L’Italia ha un interesse immediato nel potenziamento dell’operazione Aspides in modo da garantire una scorta adeguata alle navi che intendono transitare nel Mar Rosso verso Suez. Questo è un obiettivo prioritario che dovrebbe unire governo e opposizioni. Rimane però il fatto che le radici del problema stiano nella politica avventuristica del governo israeliano che si è trascinato dietro senza nessuna resistenza l’amministrazione Trump. Ci saranno mai politici europei che avranno il coraggio di sollevare una questione così scottante?
Galliano Maria Speri
