Il 25 ottobre 2026 è stato un giorno che ha segnato una svolta potenziale nel contesto strategico globale. In quella data si sono tenute infatti le elezioni parlamentari in Serbia e il ballottaggio presidenziale in Brasile. Oltre a far cadere i governi, le urne possono incrinare sistemi di potere che sembravano inamovibili e rimettere in discussione gli equilibri geopolitici. In Serbia la mobilitazione degli studenti ha trasformato la protesta in una sfida politica alla leadership consolidata, mentre in Brasile, contro ogni aspettativa, Lula ha prevalso sul trumpiano Flávio Bolsonaro. Questi risultati indicano una radicale domanda di cambiamento che attraversa contesti diversi e supera i confini nazionali. Non siamo di fronte alla ritirata globale del populismo, né possiamo festeggiare l’inizio di una nuova stagione democratica. Questi eventi rappresentano il segnale che il consenso resta contendibile e che la partecipazione dal basso può riaprire partite che parevano chiuse. L’Europa dovrebbe iniziare a prenderne atto.
La Serbia è un paese dei Balcani occidentali relativamente piccolo, con una popolazione di circa 6,6 milioni di abitanti, con un grave problema di emigrazione dei giovani e con un serio deficit demografico, causato da un tasso di natalità negativo. Nonostante le sue ridotte dimensioni, sia l’Italia sia l’Europa dovrebbero cogliere velocemente i segnali di cambiamento che provengono da Belgrado perché non dovremmo trascurare il fatto che fu la Serbia che trascinò il continente europeo nella Prima guerra mondiale e, all’interno della disgregazione della Jugoslavia, fu sempre la Serbia che innescò le politiche di pulizia etnica che fecero scoppiare la prima guerra in Europa dopo il secondo conflitto mondiale. Le elezioni parlamentari serbe rivestono una notevole importanza perché, per la prima volta, siamo di fronte a un successo elettorale colto da movimenti politici nati dal basso, al di fuori dei partiti tradizionali, che sono stati costretti ad accodarsi alle iniziative di protesta organizzate con tenacia dagli studenti.
Le radici del problema

La causa scatenante della ribellione studentesca è stata una tragedia avvenuta il 1 novembre 2024 nella stazione della città di Novi Sad dove il crollo di una pensilina aveva provocato la morte di 16 persone. L’assenza di indagini trasparenti e la mancata assunzione di responsabilità dei decessi da parte del governo dell’inossidabile Aleksandar Vučić hanno spinto la popolazione a chiedere giustizia e a innescare una serie di manifestazioni indette dagli studenti che sono andate avanti per quasi due anni, con grande determinazione e rifiutando lusinghe e compromessi. Il disastro era stato infatti percepito come il simbolo di una corruzione diffusa, di appalti opachi (la pensilina crollata era stata restaurata da poco) e della sospensione delle leggi e delle procedure amministrative. Un altro fattore scatenante è stato il fatto che Aleksandar Vučić è rimasto al potere per quattordici anni, inizialmente come Primo ministro e, dal 2017, come presidente. Nel settembre del 2026, avendo raggiunti i limiti costituzionali dei due mandati presidenziali, si è dimesso in anticipo per potersi ricandidare alla carica di Primo ministro ma ha fatto molto male i suoi conti ed è stato costretto ad ammettere la sconfitta.
La parola passa ora al movimento degli studenti che non si sono candidati direttamente ma hanno aperto le liste a figure della società civile, docenti universitari, attivisti, intellettuali, tutti distanti dall’apparato del potere ma con idee e prospettive molto diverse tra di loro. Nessuno ha una precedente esperienza politica e questo renderebbe molto problematica la creazione di un governo in qualunque paese. A maggior ragione, ciò vale per un’entità con aspirazioni europee ma con solidissimi legami storici con la Russia che esercita sul paese enormi pressioni e fa di tutto per impedirne la svolta europea. Il problema è che oltre ai legami politici ci sono intense relazioni economiche con Mosca e Pechino, a cominciare dal settore energetico. La NIS, la principale compagnia petrolifera serba, è controllata da anni dalla russa Gazprom e questo sarà un fattore determinante per un paese che nel marzo del 2012 ha ottenuto lo status di candidato all’adesione alla UE. Anche i rapporti con la Cina, con cui esiste un accordo di libero scambio, sono di natura strategica: a partire dall’acciaieria di Smerdevo, fino alle miniere di rame di Bor (una delle principali in Europa) e alle grandi infrastrutture costruite da Pechino. La vittoria delle forze democratiche e filoeuropee a Belgrado è un evento che non si è mai verificato prima perché non è mai successo che un movimento di protesta formato da giovani sia riuscito a imporsi elettoralmente su una società sclerotizzata e corrotta. Da un punto di vista di sociologia politica è un fenomeno che andrebbe studiato nelle università ma dovrà affrontare ostacoli giganteschi per portare avanti i propri programmi e gli sviluppi futuri rimangono ancora molto incerti.
La rivoluzione carioca
Il 4 ottobre 2026 si sono tenute le elezioni presidenziali in Brasile che hanno visto la sfida tra l’ex operaio metalmeccanico Lula da Silva, già presidente in diverse tornate per tre volte, e Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente Jair (attualmente agli arresti domiciliari dopo una condanna a 27 anni di detenzione per tentato colpo di Stato). Al primo turno, Bolsonaro ha conseguito un netto successo con il 47,03 per cento dei voti, contro il 45,16 di Lula. Poiché entrambi i candidati non avevano raggiunto il 50 per cento, si è andati al ballottaggio. Tutti gli analisti avevano pronosticato una chiara vittoria di Bolsonaro che avrebbe potuto sommare ai suoi voti quelli di tutti gli altri candidati di destra presenti, mentre Lula non aveva altre liste affini a cui attingere. Ma il ballottaggio del 25 ottobre ha riservato una sorpresa stupefacente perché l’ottantunenne Lula, contro ogni aspettativa, è stato rieletto presidente con il 51,7 per cento dei voti, una vittoria solida con ben 4 milioni di voti di scarto. È avvenuto quello che nessuno aveva previsto e che, sulla carta, risultava impossibile. Nei venti giorni successivi alle elezioni c’è stata una incredibile mobilitazione della base elettorale di Lula che è riuscita a portare alle urne milioni e milioni di elettori che non avevano votato al primo turno.
Come è successo in Serbia, il motore del cambiamento sono stati i giovani che, di fronte

alla prospettiva del dominio di una dinastia corrotta e incapace e, soprattutto, legata mani e piedi a Donald Trump, hanno lottato con le unghie e con i denti per difendere il loro futuro. È stata lanciata un’iniziativa capillare tramite WhatsApp e decine di migliaia di attivisti hanno battuto palmo a palmo i quartieri poveri per convincere i delusi a recarsi alle urne. Il risultato è stato prodigioso e assume una valenza strategica perché con il Brasile saldamente inserito nell’area trumpiana il controllo sull’intera America Latina sarebbe stato totale. L’Argentina, il Cile, la Bolivia, il Perù, la Colombia, l’Hounduras, la Costa Rica ed El Salvador hanno tutti governi di destra ma nessuno di loro ha il peso demografico ed economico del Brasile. Il paese governato da Lula non è soltanto la principale economia dell’emisfero meridionale ma ha un ruolo di rilievo anche a livello internazionale perché oltre a essere uno stato democratico attivo nelle istituzioni internazionali, ha saldi legami con il sud del mondo tramite i Brics (l’organizzazione intergovernativa fondata nel 2009 da Brasile, Russia, India, Cina e Sud Africa). La vittoria di Lula non è quindi l’affermazione inattesa di un governo di sinistra ma una grave battuta d’arresto nella strategia globale di Trump che già vede il rischio che la Serbia esca dall’orbita del suo amico Putin e che il suo compagno di avventurismi militari Netanyahu venga esautorato dal governo di Israele (non sarà facile, però).
Il ruolo dei cattolici nel voto per Lula
Non sono stati soltanto i giovani a mobilitarsi ma anche reti cattoliche che da tempo si confrontano con l’aggressiva espansione dei telepredicatori protestanti che hanno grandi finanziamenti, di origine nordamericana ma anche di tradizionalisti europei, e sono tenaci sostenitori del trumpismo. A causa dell’irruente offensiva dei fondamentalisti protestanti, il cattolicesimo che, da secoli, è stato la religione della stragrande maggioranza dei brasiliani, ha subìto una forte erosione e oggi è praticato dal 50 per cento della popolazione. Anche se i principali mass media non lo ha messo adeguatamente in evidenza, le elezioni presidenziali brasiliane non hanno visto soltanto lo scontro tra due diverse posizioni politiche ma anche il confronto tra la visione cattolica del Brasile e quella fondamentalista degli evangelici che, grazie a corpose disponibilità finanziarie e a una battagliera campagna televisiva e sulla rete, si è guadagnata il sostegno delle potenti lobby agroalimentari, dei grandi latifondisti e della destra più fanatica. È il caso di ricordare che Jair Bolsonaro, l’ex presidente agli arresti domiciliari, è un ex cattolico che si è fatto battezzare da un influentissimo pastore evangelicale nelle acque del Giordano. Lo scopo di una tale scelta scenografica non era dovuto a una vera e propria esigenza religiosa ma alla necessità di consolidare i rapporti con la sua base protestante e con quegli ambienti cattolici conservatori che negli ultimi anni hanno investito su leader messianici legati all’estrema destra. Ovviamente, non tutto il mondo evangelicale ha sostenuto Flávio Bolsonaro, come pure non tutti i cattolici hanno votato Lula ma è chiaro che la maggioranza dei brasiliani cattolici ha votato per Lula, come è avvenuto all’inverso per Bolsonaro.
Flávio è apertamente evangelico e durante la campagna elettorale ha introdotto temi apocalittici e dichiarato espressamente che, una volta diventato presidente, avrebbe reso chiaro che il Brasile appartiene soltanto a Gesù Cristo. Il problema è che la patrona del Brasile è Maria, Nostra Signora di Aparecida, una amatissima statua della madonna persa in un fiume e ritrovata tempo dopo da pescatori. La basilica che la accoglie nella città di Aparecida, nello stato di San Paolo, è il più grande santuario mariano al mondo dopo quello di Guadalupe in Messico ed è visitato da milioni di pellegrini che provengono non solo dal Brasile ma da tutta l’America Latina. L’affermazione di Flávio Bolsonaro è stata vista come una sfida al radicatissimo culto della patrona del Brasile e la sua popolarità tra i cattolici non è stata aiutata dalla sua battuta sferzante con cui ha preso in giro Lula perché ha nove dita, poiché ne aveva perso uno in un incidente in fabbrica. La conferenza episcopale brasiliana ha scelto una linea prudente e moderata, ma ci sono stati cinquanta vescovi cattolici brasiliani che hanno invitato a votare Lula nel secondo turno, affermando con chiarezza che in certi momenti della storia non pronunciarsi significa rischiare una complicità pericolosa. Ricordiamo anche che dal 6 al 17 novembre 2026 Leone XIV farà un viaggio apostolico in Uruguay, Argentina e Perù e, anche se non visiterà il Brasile, sarà in grado di lanciare un forte messaggio di riscossa per tutti i cattolici del Sud America che, da anni, subiscono gli attacchi dei telepredicatori protestanti.

Il papa non è soltanto americano ma ha la doppia cittadinanza degli Stati Uniti e del Perù, dove è stato missionario per molti anni e con cui ha mantenuto un rapporto molto profondo, culturale ed emotivo. Per lui sarà probabilmente una fonte di sollievo visitare un continente dove il trumpismo ha subìto una pesante battuta d’arresto e dove il cattolicesimo ha mostrato incisivi segni di ripresa. Come è ampiamente risaputo, il Conclave dei cardinali che elegge il nuovo pontefice è guidato dallo Spirito santo che, il 16 ottobre 1978, scelse Karol Józef Wojtyła, un polacco che oltre a guidare la chiesa universale contribuì a infliggere un colpo mortale al comunismo. L’8 maggio 2025 lo Spirito santo ha invece designato lo statunitense Robert Francis Prevost, mettendolo a capo della chiesa universale e con un altro scopo secondario che è apparso subito chiaro a Donald Trump. Con la sua brutale e greve aggressività il presidente ha attaccato il suo connazionale dicendo: «Se non fosse per me non saresti mai stato eletto». Trump è un predatore sessuale pluricondannato e un bugiardo patologico ma, forse per la prima volta dopo tanti anni, ha detto effettivamente una cosa vera denunciando il disegno dello Spirito santo per contrastare i suoi piani di potere globale.
Giovanni Paolo II fu scelto per la sua fede incrollabile, ma anche perché era un nazionalista polacco che avrebbe potuto giocare un ruolo importante nella sconfitta del comunismo, come puntualmente avvenne. Oggi il comunismo ateo dell’Unione Sovietica è solo un pallido ricordo, mentre la distruzione sistematica dall’interno delle strutture di pesi e contrappesi operata dall’amministrazione Trump dimostra che gli Stati Uniti non sono più il baluardo delle società aperte e liberali e l’attuale presidente non può considerarsi il legittimo rappresentante di quello che una volta era definito «mondo libero». Nel portare Leone XIV sul soglio pontificio lo Spirito santo ha forse evidenziato un progetto per limitare i danni compiuti dalla Casa Bianca. La maggioranza degli osservatori ritiene che nelle elezioni di medio termine negli USA del 3 novembre 2026 Trump uscirà ridimensionato ma proprio perché si aspetta questo risultato sta già pensando a una nuova offensiva contro l’Iran, insieme al suo accolito Netanyahu, che ha lo stesso problema di riduzione del consenso. I discorsi che farà Leone XIV in America Latina andranno analizzati con molta attenzione perché forniranno delle indicazioni sulla direzione che il papa americano-peruviano intende imprimere a un’istituzione che rappresenta una delle poche barriere razionali all’ondata di violenza e di avventurismo militare che sta flagellando il mondo.
Galliano Maria Speri
