La stampa occidentale dipinge l’Africa come un incombente pericolo oppure, al contrario, come la speranza del futuro. L’orda degli invasori neri è diventata uno strumento nella propaganda del populismo di destra ma sia le immagini positive sia quelle negative hanno un grave difetto: sono stereotipi che non corrispondono a una realtà che muta molto velocemente. Il saggio di Chiara Piaggio compie uno sforzo non comune per andare oltre il muro della benevolenza o dei pregiudizi e si inpegna costantemente a valutare in modo critico gli occhiali occidentali che inforchiamo quando osserviamo quel continente. In realtà, sappiamo ancora poco delle trasformazioni che stanno modificando un’area in grande fermento e che progredisce seguendo un suo percorso, senza rispettare le impostazioni che gli europei hanno seguito.
Chiara Piaggio ha una lunga esperienza nell’ambito dello sviluppo dell’Africa Sub-sahariana e nella promozione della cultura africana contemporanea. Una caratteristica specifica di questo saggio è l’onestà intellettuale delle sue analisi e il fatto che si ponga costantemente il problema di come superare una tradizione di pensiero che abbiamo interiorizzato e che potrebbe condizionarci, anche quando facciamo lo sforzo di emanciparci da stereotipi e visioni ormai superate. In effetti, l’Africa è un continente attraversato da crisi, tensioni, enormi differenze ma anche da uno spirito innovativo che si muove a suo agio nel campo delle tecnologie avanzate. Non è molto noto, ma in Kenya nel 2007 venne messa a punto una piattaforma che usava la sim dei telefonini come un vero e proprio portafoglio elettronico, consentendo a tutti i possessori di un apparato mobile di fare pagamenti in questo modo.
Il futuro è tecnologico
La piattaforma si chiama M-Pesa ed è nata dall’intuizione che mentre solo pochi privilegiati avevano un conto corrente, il telefonino era diffuso capillarmente per cui è stato immaginato di poter pagare tramite questo mezzo, molto prima che la pratica si diffondesse in Occidente. La necessità di superare la rete ridotta di sportelli bancari ha portato a una soluzione innovativa che ha introdotto il pagamento digitale senza passare per il conto corrente o il computer. Un altro esempio ci viene fornito da Zipline, una società americana il cui tentativo di testare droni per la consegna di pacchi nello spazio aereo statunitense non è mai decollato. Problemi con i regolamenti federali, pare. L’idea ha riscosso invece entusiasmo in Ruanda, che ha accolto l’azienda a braccia aperte. Nel Paese delle mille colline è sembrata un’ottima soluzione: lí i trasporti nelle aree remote e su strade non asfaltate sono un problema, ma possono diventare un dramma quando il tema è sanitario. Con i droni, in una manciata di minuti sacche di sangue, vaccini e forniture mediche sono consegnati dal cielo, attaccati a un paracadute di carta. Sono state così salvate migliaia di vite e la Zipline si è espansa in Ghana, Giappone, Costa d’Avorio, Nigeria, Kenya e perfino, durante la pandemia, negli Stati Uniti.
In alcuni Paesi africani, per quanto possa sembrare un controsenso, piú persone hanno accesso a un telefono cellulare che all’acqua pulita, a un conto bancario o all’elettricità. Questo ha stimolato l’uso dei cellulari per risolvere le problematiche di tutti i giorni. Per il settore sanitario «in mancanza di strutture diffuse e di fronte alla drammatica fuga dei cervelli, le tecnologie digitali diventano alleate – messaggi automatici che ricordano ai pazienti di assumere i farmaci, diagnosi da remoto, telemedicina per ciò che richiederebbe medici specializzati. Università a distanza rendono accessibile l’istruzione a chi non può permettersi il costo di un trasferimento, servizi governativi digitali già attivati in Ruanda o piattaforme per l’e-commerce, come la nigeriana Jumia, che proliferano puntando sul pagamento alla consegna, perché fidarsi è bene ma se ci sono di mezzo i soldi è meglio stare attenti».
I trasporti sono problematici e, nella stragrande maggioranza di Paesi, operano pulmini da 15-20 posti che circolano in modo informale, urlando la destinazione finale. Ma come fare a saltare sul pulmino giusto se non sei del posto? Ad Accra, la capitale del Ghana, nel 2017 un gruppo di persone ha registrato centinaia di tragitti tramite il gps del telefono, indentificato le linee principali, condiviso le informazioni tramite OpenStreetMap e creato un’app. Con quest’app tutti sono in grado di trovare il pulmino giusto. Magari un europeo inorridisce di fronte a questa prospettiva, ma l’esperienza dimostra la pragmaticità degli africani che usano l’ingegno per superare le difficoltà e le carenze infrastrutturali. La diffusione e l’uso delle nuove tecnologie è favorito dalla massiccia presenza di giovani che sono perfettamente a proprio agio con le potenzialità dei telefonini.
Ma se altrove i giovani sono una minoranza, in Africa sono la norma. «Ad avere meno di trentacinque anni -scrive Piaggio- è il settantacinque per cento della popolazione, dispersa su cinquantaquattro Paesi. Il sessanta per cento è cosí giovane da essere nato dopo l’attentato alle Torri Gemelle. Quando una generazione è cosí numerosa non può restare in sottofondo, diventa la massa d’aria che determina il clima. È la loro età a dare il tono all’epoca, cosí come altrove è la vecchiaia a scandire il passo. La tecnologia accelera al loro ritmo, i mercati si adeguano e l’innovazione, altrove ricercata con caparbietà, arriva come un dato di fatto. Non è un caso che un servizio come M-Pesa si sia diffuso con velocità vertiginosa».
Gli aiuti allo sviluppo
Il saggio ricorda il caso del Biafra, una regione ricchissima di petrolio nel Sudest della Nigeria, che nel 1967 decise proclamare la secessione. Il governo centrale tentò, senza successo, di mediare. Poi l’esercito federale – armato e supportato dall’Urss e dai britannici, interessati a mantenere il controllo sul petrolio – scese in campo. Iniziò cosí una guerra civile che portò alla morte di un milione e mezzo di persone. Una guerra destinata a lasciare il segno nel futuro del Paese e nell’immaginario del mondo intero. Quando il capo della rivolta, il colonnello Ojukwu, si rivolse alla Markpress, un’agenzia di pubbliche relazioni di Ginevra, il caso venne portato all’attenzione mondiale. In poco tempo, la campagna mediatica, magistralmente orchestrata dal governo biafrano, trasformò la guerra civile nigeriana in uno dei primi conflitti televisivi della storia, insieme alla guerra del Vietnam. Fotografie e reportage di bambini scheletrici e con la pancia gonfia inondarono i media occidentali. La fame venne esposta agli occhi del mondo. Si scatenò un’ondata di simpatia e in tutti i Paesi vennero raccolti fondi ingenti.

«In Occidente si parlò di carestia, ma il termine corretto era “embargo”. Si parlò di povertà, ma la regione era tra le piú ricche della Nigeria, sede della prestigiosa Università di Nsukka e di giacimenti petroliferi. Si parlò di miseria, non di guerra. Si mobilitarono gli aiuti, ma la politica internazionale rimase cauta. Il Biafra, nella sua breve esistenza, venne riconosciuto solo da Tanzania, Gabon, Costa d’Avorio, Zambia e Haiti, mentre ricevette supporto militare, spesso in forma non ufficiale, da Francia, Portogallo, Israele, Sudafrica e Rhodesia». Per anni il mondo delle organizzazioni umanitarie nelle zone di guerra si è interrogato sugli effetti della mobilitazione, aprendo un dibattito mai concluso e ancora attuale: gli aiuti avevano portato giovamento alla popolazione, o erano serviti a prolungare un conflitto perso in partenza, ad aumentarne le vittime e, in fin dei conti, a finanziare il mai sazio Ojukwu? Oltre al drammatico costo umano, la guerra civile in Biafra impresse sulla pelle dell’Africa uno stigma che non è più scomparso. «Non si limitò a scuotere le coscienze: le incatenò a una narrativa destinata a durare. L’urgenza di risollevare l’intero continente divenne una certezza indiscutibile, un desiderio di riscrivere la storia su basi nuove e piú giuste. Il sottosviluppo si trasformò in una diagnosi permanente, l’Africa in un paziente cronico. E l’idea dell’aiuto divenne struttura, politica, missione, fino a trasformarsi in un concetto indissociabile da questa terra».
La grave contraddizione di un Occidente, che non muove un dito per lo sviluppo reale dei Paesi africani ma che versa lacrime di commozione di fronte ai bambini denutriti, è stata messa sotto accusa dagli intellettuali più sensibili. Piaggio ricorda che «aveva fatto scalpore, nel 2009, il libro di Dambisa Moyo La carità che uccide. L’economista zambiana, con una carriera alle spalle presso la Banca Mondiale e Goldman Sachs, aveva aspramente criticato le ingenti somme versate ai Paesi africani, che altro non avrebbero fatto se non scoraggiare la libera iniziativa e aumentare corruzione, malgoverno, dipendenza. Circa mille miliardi di dollari andati all’Africa in aiuti allo sviluppo tra gli anni Settanta e il 2010 avrebbero reso un continente povero ancora piú povero, scriveva Moyo».
«Per l’Africa, la cooperazione internazionale – riferisce l’autrice- è stata molte cose: un soccorso, un inganno, una dipendenza, un alibi. Tra il 1960 e il 2022 sono stati destinati all’Africa subsahariana 1692 miliardi di dollari. Nel solo 2022, cinquantanove miliardi. Sono tanti o sono pochi? Gli esperti ancora non hanno trovato un accordo. Secondo i critici che vedono negli aiuti una parte del problema, sono decisamente troppi. Tra loro c’è Kingsley Moghalu, ex vicegovernatore della Banca Centrale della Nigeria con una lunga esperienza in organismi internazionali. Per lui lo sviluppo è necessariamente endogeno e la comunità internazionale non ha né la capacità né la responsabilità di aiutare l’Africa. I sostenitori della cooperazione allo sviluppo, tra cui Jeffrey Sachs, fanno un altro tipo di calcolo. Se quello stesso importo si relaziona agli obiettivi e si confronta con altri flussi economici, come quelli commerciali, allora sono pochi, ancora di piú se si considera che non sono suddivisi in egual misura in tutti i Paesi».
I nuovi investitori
Ma il mondo di oggi è completamente diverso da quando venne coniato il termine Terzo Mondo per definire quei Paesi che non erano schierati né con gli Stati Uniti né con l’Unione Sovietica. Da molto tempo l’Africa ha imparato a rivolgersi, pur se con qualche problema, a varie fonti di finanziamento. Con il nuovo millennio, nuovi attori sono entrati o tornati in gioco: la Cina, il Brasile, l’India, gli Stati del Golfo, la Turchia, la Russia. La cooperazione Sud-Sud (promossa dai Paesi emergenti) ha preso sempre piú piede: partenariati tra governi, aziende e istituzioni del Sud globale diversificano le fonti di finanziamento, offrono alternative ai tradizionali modelli di aiuto allo sviluppo e riducono la dipendenza dalle potenze occidentali.
Le erogazioni dai Paesi avanzati, anche se aumentate in termini assoluti, «rappresentano una percentuale via via piú piccola della spesa governativa dei diversi Paesi africani, cosí come del loro Pil. E il loro importo è oramai ampiamente superato dalle rimesse inviate a casa dai migranti, diventate una componente sempre piú cruciale delle economie africane a supporto di famiglie su famiglie. Lo stesso co-sviluppo ha assunto un ruolo crescente: le rimesse non si limitano al solo sostegno famigliare, ma confluiscono, insieme ad altri finanziamenti, in progetti concepiti e guidati dagli stessi migranti nei loro Paesi d’origine, facendo della diaspora un attore strategico dello sviluppo. L’urbanizzazione ha proseguito la sua corsa, internet ha fatto irruzione e la presenza impattante di questa macchina si è via via affievolita».

Certo, si può essere colpiti dalla visibilità esibita delle infrastrutture realizzate dai cinesi. La SGR, la linea veloce che collega Mombasa nel Kenya a Kampala in Uganda, ha controllori cinesi, bandiere sventolanti e ideogrammi sulle porte dei bagni, sui pannelli, sugli estintori. Solo il nome è in swahili, Madaraka Express, “treno della libertà”. La linea sarà gestita dalla Cina fino a quando non rientrerà dell’investimento e poi passerà al Kenya. Ma Piaggio invita a evitare analisi frettolose che parlano di “trappola del debito” (come avvenuto effettivamente in Sri Lanka) e di “conquista dell’Africa”. La situazione è più articolata perché «l’Africa non è un terreno vuoto nel gioco tra potenze: è un attore, con propri interessi e priorità. I governi chiedono. Accettano. Contrattano. Compiono scelte. Buone, cattive, forzate, ma scelte. Non si tratta di espropri, ma di accordi. Non è Pechino a imporre strade e ferrovie: sono i Paesi africani, nella loro varietà di governi e interessi, a firmare. Alcuni riescono a strappare condizioni favorevoli, altri finiscono impigliati in accordi che appesantiscono il futuro. Il bisogno, d’altronde, non sempre lascia il lusso della coerenza e forse tutto questo è il risultato di un gioco che sapevamo non essere equo. O forse, in quel compromesso, c’è piú razionalità di quanta ne vogliamo ammettere».
Vorrei fare anche un piccolo accenno alla lingua usata perché lavori di questo tipo si servono di un linguaggio preciso, professionale, fattuale, dove le cifre sono più importanti delle parole. In diversi passaggi la prosa dell’autrice si fa lirica, aerea, quasi poetica nel descrivere le realtà che osserva e questo mostra anche l’impegno emotivo dell’osservatrice che non intende comportarsi come una impassibile ragioniera dello sviluppo che somma o sottrae fredde cifre. Un piccolo appunto. Nel parlare delle critiche africane al colonialismo Piaggio scrive che il paesaggio africano «è segnato da tre secoli e mezzo di schiavitù e un secolo di dominio coloniale». Questo è certamente vero, ma non possiamo dimenticare (come spesso fanno analisti motivati ideologicamente, e non è il caso dell’autrice) che la tratta degli schiavi africani non inizia nel XV secolo con i portoghesi e gli inglesi, ma nel VII secolo, quando mercanti arabi, con la collaborazione di popolazioni locali come gli swahili, iniziarono una tratta che durò fino al XIX secolo e coinvolse 14 milioni di africani, molti di più di quanti finirono nelle piantagioni dell’America del Nord e del Sud. Ma questa è un’altra storia.
Chiara Piaggio
L’Africa non è così
Cronache da un continente frainteso
Einaudi, pp. XIV- 176, € 17
Galliano Maria Speri
