Tra il 30 e il 31 luglio 2026 circa 80mila persone migranti, soprattutto marocchini ma anche subsahariani, sono entrati a Ceuta, exclave spagnola in Nordafrica, attraverso il confine marittimo e terrestre con il Marocco. Questo arrivo massiccio, favorito da un’articolata e martellante campagna sui social gestita a livello globale, ha causato una gravissima frattura nell’Unione Europea con l’Italia che, invece di offrire solidarietà a Madrid, è arrivata a sospendere gli accordi di Schengen con la Spagna per ragioni di “sicurezza nazionale”. In pochissimi giorni, le forze dell’ordine spagnole e l’esercito sono riusciti a rimandare in Marocco la quasi totalità dei migranti, disinnescando quella che era sembrata una bomba a orologeria. Ma questo non ha svelenito il clima perché le critiche feroci rivolte al premier spagnolo Sanchez sono dettate soprattutto da ragioni politiche interne che hanno lo scopo di contrastare l’ascesa di una destra estrema che si serve dei migranti come principale arma propagandistica. La spaccatura dell’Unione Europea è un gravissimo segnale di debolezza perché dimostra che la guerra ibrida condotta a Ceuta è un’arma in grado di colpire l’Europa al cuore e favorire i disegni egemonici di Trump e Putin. Un Marocco “trumpiano” e alleato di Israele fa parte del piano.
Se ci si schiera su linee ideologiche destra-sinistra, sullo scontro tra chi vuole aprire le porte a tutti (ma non risulta che ci siano politici che abbiano mai fatto una tale richiesta) e quelli che invece vogliono bloccare l’invasore sul bagnasciuga, non si riesce a capire molto. La prima considerazione da fare è che senza l’assenso marocchino non sarebbe mai stato possibile per decine di migliaia di persone scavalcare i reticolati terresti o aggirare a nuoto le barriere sul mare (ricordiamo che Ceuta è una exclave spagnola inserita all’interno del territorio marocchino come Melilla, l’altra exclave spagnola in Marocco). Decine di migranti intervistati hanno confermato che i gendarmi marocchini li hanno lasciati passare senza difficoltà per cui, nonostante le dichiarazioni del governo spagnolo sulla collaborazione di Rabat, non ci sono dubbi che il Marocco si sia servito della propria popolazione come uno strumento di politica estera, contro la Spagna e contro l’Europa. «Ci hanno usato come proiettili sparati contro il nemico», ha detto un giovane marocchino mentre rientrava mestamente nel proprio Paese. Ma non ci sono soltanto i disegni di espansione del Marocco in quello che è avvenuto a Ceuta. Possiamo intravvedere i fili di una strategia più ampia che prevede la frammentazione dell’Europa e che trova d’accordo sia Mosca, sia Washington. Per chiarezza, cerchiamo di ricostruire gli eventi che hanno condotto alla situazione attuale.

I migranti come arma
I primi giorni di novembre del 1975, mentre il dittatore spagnolo Francisco Franco stava morendo e la Spagna si preparava a una difficile transizione istituzionale, il re del Marocco Hassan II decise di sfruttare a suo vantaggio la delicatezza del momento è inviò 350mila civili verso il confine del Sahara spagnolo per segnalare a Madrid la sua contrarietà a ogni ipotesi di autonomia per quella ex colonia, desertica ma ricchissima di fosfati. L’allora segretario di Stato americano Henry Kissinger osservò con una certa benevolenza l’operazione e, da quel momento, lo status di quel territorio, occupato de facto dal Marocco, non ha ancora trovato una soluzione. La regione si chiama oggi Sahara occidentale e vede la presenza del Fronte Polisario che, da decenni, si batte per ottenere l’indipendenza e, di conseguenza, contesta duramente l’occupazione marocchina. Le rivendicazioni del Polisario sono sostenute dall’Algeria, storico oppositore del Marocco e desideroso di limitare le sue ambizioni territoriali. Nel 2021, nel pieno dell’epidemia di Covid, il capo del Fronte Polisario Brahim Ghali, venne ricoverato in un ospedale spagnolo per essere curato. Rabat si infuriò con Madrid e per mandare un messaggio chiaro organizzò una prima invasione di migranti a Ceuta per sottolineare che lo status del Sahara occidentale non andava modificato.
Sanchez capì l’antifona e ridusse i contatti con l’Algeria, fino al 20 luglio 2026, quando si è recato ad Algeri per ricucire i rapporti, sfilacciati dopo il caso Ghali. Probabilmente, anche per questa ragione Mohammed VI, figlio di Hassan II, ha visto insidiato il suo piano di egemonia regionale e ha preso le sue contromisure. Le forze populiste e di estrema destra hanno colto al volo l’occasione di agitare il pericolo di un’invasione islamica per accrescere il proprio consenso tra un elettorato che è già molto impaurito per l’invasione russa dell’Ucraina, che diventa più intensa e feroce ogni giorno di più, e per una crisi mediorientale che sta causando gravi danni economici e dimostra la totale incompetenza dell’attuale amministrazione di Washington, incapace di porre fine al caos da essa stessa iniziato. Quello che è successo a Ceuta, con il suo drammatico corollario di morti affogati nel Mediterraneo, sembra assumere i contorni di una scelta geopolitica, messa in campo dal Marocco ma con il contributo sostanziale di altre forze. L’uso di migranti come arma per destabilizzare un Paese o per metterlo sotto pressione non è certo una novità e rientra tra gli strumenti di guerra ibrida già utilizzati dalla Russia contro la Finlandia o dalla Bielorussia contro Polonia, Lettonia e Lituania. Un precursore di questo sistema fu il dittatore cubano Fidel Castro quando, nel 1980, aprì il porto di Mariel e spedì 125mila cubani in Forida, e tra gli esuli che contestavano la repressione del governo c’erano prigionieri per reati comuni e malati di mente.
Ormai diventa sempre più difficile negare che la corsa disperata dei giovani marocchini per raggiungere l’Europa e sfuggire a un contesto che non offre prospettive per il futuro sia stata accuratamente organizzata. Il 31 luglio 2026 si è riunito l’Integrated Political Crisis Response, l’organismo dell’Unione Europea nato per condividere informazioni e coordinare decisioni di fronte a eventi gravi. Federico Fubini ha scritto sul Corriere della Sera del 3 agosto 2026 che durante la riunione il Servizio esterno della Commissione Europea, la squadra di politica estera che collabora con l’intelligence delle varie capitali e risponde alla vice presidente Kaja Kallas, «ha passato un messaggio ai governi: la corsa dei migranti verso Ceuta è stato un attacco mirato –non privo di una regia- ed è stato amplificato dall’esercito digitale russo, che ha fatto rimbalzare quanto più possibile sui social media l’eco della crisi. Lo ha diffuso all’interno della stessa Unione Europea, in America Latina, in Africa». Secondo i collaboratori di Kallas, l’obiettivo di Mosca rimane sempre lo stesso: alimentare un senso di caos in Europa e rendere sempre più profonde le divisioni.
Pochi osservatori hanno sottolineato che, nelle stesse ore in cui decine di migliaia di persone nuotavano verso Ceuta, un missile russo è caduto nella campagna polacca, vicino a Lublino, parte di una strategia russa che vede, ormai da dieci anni, sconfinamenti aerei e intrusioni di droni sugli aeroporti europei. Uno dei casi più gravi si è verificato il 5 agosto 2026, con il ritrovamento di un drone esplosivo all’interno dell’aeroporto della città tedesca di Lipsia. Ma la vera novità dell’attacco a Ceuta è che, per la prima volta, all’offensiva di Putin si è affiancata la campagna degli ambienti che gravitano intorno al movimento Maga (Make America Great Again) fondato da Trump, nel tentativo di esacerbare la crisi europea. All’allarme creato ad arte sui social media da Mosca, si è aggiunta la voce dei trumpiani di tutto il mondo. Lo stesso presidente USA si è affrettato a scaricare sul governo Sanchez ogni responsabilità di quanto stava avvenendo (memore sicuramente del rifiuto spagnolo a concedere l’uso delle basi Nato per i bombardamenti contro l’Iran), mentre Elon Musk (che ha 241 milioni di follower) ha diffuso su X un video fatto con l’intelligenza artificiale che mostrava un preteso assalto a Ceuta con immagini estremamente violente e brutali. Jack Posobiec, un influencer Maga con più di 3 milioni di follower, ha attaccato Sanchez su X ed è arrivato addirittura a invocare il ritorno del dittatore Francisco Franco.
La lenta avanzata territoriale di Rabat
Da decenni il Marocco preme per rientrare in possesso di Ceuta e Melilla ma si è sempre scontrato con il fermo diniego di Madrid che, essendo sotto ricatto, non vuole peggiorare i rapporti diplomatici con Rabat e quindi punta sulla diplomazia e sulla negazione dell’evidenza. Ma gli obiettivi vanno molto oltre il recupero di queste due exclave che erano già possedimenti spagnoli molto prima della nascita dell’attuale Regno del Marocco (Madrid acquisì Melilla nel 1497 e Ceuta nel 1668). Rabat punta infatti al riconoscimento internazionale della sua occupazione del Sahara occidentale (amministra l’80 per cento del territorio), ma intende estendere la propria influenza sulla Mauritania e continua ad aspirare al controllo su aree importanti dell’Algeria occidentale come Tindouf e Béchar. Anche se non viene mai esplicitato chiaramente, sembra che la politica estera marocchina si ispiri all’ideologia del «Grande Marocco», un concetto politico e irredentista espresso negli anni Quaranta del secolo scorso dal partito nazionalista Istiqlal (Partito dell’Indipendenza), fondato nel 1937 per guidare la lotta del Marocco contro il dominio coloniale francese e spagnolo.
La campagna dell’Istiqlal fu coronata da successo e il Marocco poté proclamare la propria indipendenza nel 1956. Il partito, collocato su posizioni nazionalistiche e conservatrici, continua a svolgere un ruolo di primo piano nella politica del Paese anche se non fa più una campagna aperta in sostegno di quello che era il suo obiettivo principale e cioè il «Grande Marocco». Il progetto rivendica i confini storici pre-coloniali e mira ad acquisire territori che si estendono dal Mar Mediterraneo fino al fiume Senegal come l’intera Mauritania, il Sahara occidentale, alcune aree dell’Algeria e porzioni del Mali. Sulla carta il progetto potrebbe sembrare il sogno lunatico di nazionalisti nostalgici che non hanno il senso della storia; ma se guardiamo una cartina geografica vediamo che da oltre un decennio diverse potenze hanno iniziato a usare la forza militare per ottenere obiettivi territoriali. Dal 2014 la Russia conduce un’offensiva militare contro l’Ucraina, Israele (un veterano nell’uso della forza brutale per conquistare territori) ha occupato quasi il 70 per cento della Striscia di Gaza, le alture siriane del Golan, una larga fascia del Libano meridionale e, tramite le feroci incursioni delle squadracce di coloni, tenta di espellere la popolazione palestinese dalla Cisgiordania occupata. Il presidente degli Stati Uniti, la nazione che, in teoria, dovrebbe essere il “faro delle libertà” e il difensore dei diritti democratici nel mondo, non ha escluso l’uso della forza militare per impossessarsi della Groenlandia, parte del territorio della Danimarca, Paese democratico e membro dell’Alleanza Atlantica.

Negli ultimi decenni il Marocco ha fatto passi da gigante per avviarsi verso l’industrializzazione e ha ottenuto importanti successi nel settore dell’auto, sia nella produzione di automobili sia nelle componenti elettroniche, è riuscito a inserirsi nella filiera globale dell’aeronautica, è diventato uno dei primi Paesi dell’Africa per quanto riguarda i parchi solari ed eolici, ha guadagnato una posizione centrale nel settore dei fosfati e della chimica. Grazie al controllo del Sahara occidentale, il Marocco possiede le più grandi riserve mondiali di fosfati e gestisce l’intera filiera di estrazione e lavorazione industriale. Ma rimane un Paese a due velocità, diviso tra un futuro ad alta tecnologia e infrastrutture avanzate e un presente segnato da profonde diseguaglianze e un diffuso senso di ingiustizia, che sta alla base del desiderio dei giovani di fuggire all’estero. Il Marocco non punta però soltanto sullo sviluppo industriale e intende sfruttare l’alleanza con gli Stati Uniti di Trump e con Israele per diventare una potenza regionale che estenda progressivamente la propria influenza sull’Africa mediterranea e sul Sahel. È chiaro che questo disegno va a scontrarsi con i piani di altri attori regionali e internazionali, come l’Egitto, la Turchia o la Russia che mantiene nell’Africa subsahariana un’aggressiva presenza militare, tramite i mercenari dell’Africa Corps.
Il lato africano degli Accordi di Abramo
Il 13 agosto 2020, con la mediazione della prima amministrazione Trump, Israele firma i cosiddetti Accordi di Abramo con gli Emirati Arabi Uniti e il Bahrein. Successivamente, aderiscono all’intesa il Marocco e il Sudan. Trump ha presentato quegli accordi come un passo fondamentale verso la pace in Medio Oriente ma gli eventi successivi hanno dimostrato che si trattava soltanto del via libera a Israele a guidare una politica anti iraniana, estendere il proprio potere anche sui Paesi confinanti e liquidare nel sangue la questione palestinese. Per il Marocco, che ha un’opinione pubblica fortemente sensibile alla causa palestinese, si è trattato di una mossa molto rischiosa a livello interno, ma che puntava a ingraziarsi Trump per ottenere il suo appoggio per le proprie rivendicazioni. Finora, il rischio calcolato ha funzionato perché il tradimento della causa palestinese da parte della monarchia alauita non ha causato ribellioni interne e Trump ha apertamente sostenuto il diritto del Marocco al controllo del Sahara occidentale che andrebbe sancito, invece, da un accordo internazionale che tenesse anche in considerazione i diritti delle popolazioni Sahrawi, oggi rifugiate in gran parte in Algeria ma che si sono stanziate in quell’area tra l’XI e il XIII secolo.
Un aspetto non meno importante degli Accordi è la cooperazione militare e tecnologica con Israele che ha portato alla firma nel 2021 di un protocollo per lo scambio di intelligence, la collaborazione industriale ed esercitazioni congiunte. Mirando a un’espansione territoriale e alla necessità di difendere adeguatamente i confini pr il Marocco non esiste partner migliore di Israele, grande esperto di allargamento di confini e con un’industria miliare avanzatissima, visto che può contare sulla disponibilità quasi illimitata degli Stati Uniti a sovvenzionare, a spese dei contribuenti americani, l’espansionismo avventuristico del governo Netanyahu. L’accordo prevede l’acquisto di droni, di sistemi contraerei e altri armamenti sofisticati e, forse, la fornitura di carri armati Merkava. Una collaborazione militare così stretta con Israele presenta dei rischi nei rapporti con gli stati dell’Africa nera che non hanno certo dimenticato che quando il regime razzista bianco che governava il Sud Africa cercò di dotarsi di un’arma atomica ottenne la collaborazione di Israele che non si fece nessuno scrupolo a sostenere gli sforzi di uno stato suprematista che praticava e difendeva l’apartheid.
Prima ancora della firma degli Accordi di Abramo gli Emirati Arabi Uniti erano stati molto attivi nel tentativo di coinvolgere anche il Marocco. Una mossa in questa direzione è stata l’apertura di un consolato emiratino ad Al-Aaiún, nel Sahara occidentale, la città che il Fronte Polisario vorrebbe proclamare come capitale della Repubblica Araba Democratica Sahrawi. Gli Emirati sono stati il primo Paese arabo ad aprire un consolato nell’area, riconoscendo de facto la sovranità marocchina sul Sahara occidentale. Fino ad oggi l’alleanza con Trump ha aiutato il Marocco a consolidare la sua presa sull’ex colonia spagnola ma la sconsiderata guerra contro l’Iran in cui Israele ha trascinato gli Stati Uniti ha mostrato l’inconsistenza strategica dell’attuale amministrazione. Trump si vanta continuamente di poter dare ordini al «più potente esercito del mondo» che non è però stato in grado di difendere le monarchie del Golfo dai missili iraniani. Di fronte al disastro iraniano gli alleati di Trump cominciano a chiedersi se il gioco valga al candela e se l’attuale presidente USA non sia una specie di re Mida al contrario. Mohammed VI sembra essersi avvantaggiato del sostegno di Washington ma deve anche ricordare che le giovani generazioni marocchine, scolarizzate e con molta familiarità con i social media, potrebbero smettere di sognare la fuga e impegnarsi per cambiare la situazione del Marocco dall’interno. Nel caso lo facessero, un Trump sempre più debole non potrebbe essere di grande aiuto.
Galliano Maria Speri
