Come è stato possibile passare dal sionismo al genocidio?

Il conflitto tra israeliani e palestinesi, iniziato alla fine dell’Ottocento, è esploso nel 1948 ed è comprensibile che l’opinione pubblica mostri qualche segno di stanchezza. Ma, dal 7 ottobre 2023, ci sono degli sviluppi che non ci possono lasciare indifferenti perché un numero crescente di storici e analisti parla esplicitamente di genocidio contro i palestinesi e si chiede come mai i massacri quotidiani perpetrati dall’esercito dello Stato ebraico a Gaza non sollevino alcuna riprovazione. Anche la guerra scatenata dal premier israeliano Netanyahu contro l’Iran non ha fatto scattare proteste o interventi, nonostante che, come diretta conseguenza dell’avventurismo di Tel Aviv, il gasolio in Italia sia arrivato a 2,50 euro a litro. Omer Bartov, uno dei principali storici degli olocausti del XX secolo, va alle radici del problema e documenta come il sionismo, da movimento politico per l’autodeterminazione del popolo ebraico sia diventato l’ideologia espansionista e razzista di uno Stato che giustifica ogni crimine e nefandezza fino a teorizzare la deportazione e lo sterminio del “nemico”.

Omer Bartov, nato in un kibbutz israeliano, è professore di Studi sull’Olocausto e il genocidio presso la Brown University, dove insegna dal 2000. Ha prestato servizio nell’esercito israeliano per quattro anni; ha combattuto nella guerra dello Yom Kippur del 1973 e ha svolto diversi incarichi in Cisgiordania, nel Sinai settentrionale e a Gaza. Mentre compiva una ronda nella città egiziana di Al-Arish, all’epoca occupata da Israele, «per la prima volta mi resi conto di che cosa significhi mettere sotto occupazione un altro popolo». Questo dettaglio può sembrare ininfluente ma sottolinea che Bartov non è soltanto un cittadino israeliano che fa il suo dovere (nel corso della sua prima chiamata alle armi rimase gravemente ferito in un incidente durante il corso di addestramento, tanto da passare sei mesi in ospedale) ma è anche un intellettuale che non ama chiudere gli occhi di fronte alla realtà come sta facendo la maggioranza dei suoi connazionali. Quello che colpisce durante la lettura del saggio è la rigorosa impostazione accademica e la grande onestà intellettuale da cui traspare, però, la profonda sofferenza morale nel denunciare atteggiamenti e crimini compiuti dall’esercito di uno Stato che, oltre a rappresentare un rifugio per gli ebrei in fuga, sarebbe dovuto diventare un fulgido esempio di democrazia e tolleranza.

Il colonialismo disumanizzante

«La colonizzazione ha l’effetto di rendere incivile il colonizzatore, di brutalizzarlo nel vero senso della parola, di degradarlo, di risvegliare in lui istinti sepolti, l’avidità, la violenza, l’odio razziale e il relativismo morale». Queste parole sono contenute nel Discorso sul colonialismo di Aimé Césaire, scrittore e politico martinicano citato dall’autore, che descrive così gli effetti generati dal colonialismo occidentale. Un fenomeno simile di brutalizzazione è avvenuto in Israele a causa della strategia che ha portato all’insediamento di circa 700mila ebrei nella Cisgiordania occupata e a Gerusalemme Est, il cui effetto è stata la creazione di un regime di apartheid, in cui tre quarti della popolazione di questi territori vivono sotto un sistema giuridico e militare arbitrario, mentre il restante quarto gode di tutti i diritti e privilegi riservati ai cittadini ebrei israeliani. Bartov scrive che «quando alla fine del 1987 scoppiò la prima intifada, o rivolta, io ero un docente presso l’Università di Tel Aviv. Rimasi inorridito dinanzi all’ordine impartito all’esercito dall’allora ministro della Difesa Yitzhak Rabin di “spezzare le braccia e le gambe” ai giovani palestinesi che lanciavano pietre contro le truppe pesantemente armate. Gli scrissi quindi una lettera per avvertirlo che, alla luce delle mie ricerche sull’indottrinamento delle forze armate della Germania nazista, nutrivo il timore che sotto la sua guida le forze di difesa stessero scivolando lungo una china altrettanto pericolosa». Rabin, che anni dopo avrebbe cambiato radicalmente atteggiamento, rispose con una sola riga in cui biasimava il giovane docente per aver osato paragonare l’esercito israeliano alla Wehrmacht.

Purtroppo, dal 1987 il processo di disumanizzazione del “nemico”, che è l’identica modalità usata dai nazisti per trattare gli ebrei, ha fatto passi da gigante e questo ha permesso alle truppe di occupazione israeliane di compiere atrocità e massacri senza provare remore perché i palestinesi venivano percepiti come “non umani”. Non è lecito avere troppi dubbi al riguardo perché il saggio cita molte dichiarazioni pubbliche che considerano i palestinesi (tutti i palestinesi, inclusi donne, vecchi e bambini) come esseri non umani che vanno soppressi senza pietà. Il 28 ottobre 2023 il premier Netanyahu, citando il Deuteronomio, aveva detto: «Ricordati di ciò che ti ha fatto Amalek». Come sa bene la maggior parte degli israeliani, per vendicare l’attacco di Amalek nella Bibbia vi è un’esortazione a uccidere «uomini e donne, bambini e lattanti». Già il 9 ottobre, due giorni dopo il massacro compiuto da Hamas, il ministro della Difesa Yoav Gallant aveva dichiarato: «Stiamo combattendo contro animali umani e agiamo di conseguenza», una dichiarazione che esprime un intento di disumanizzazione con espliciti echi genocidari. Il maggior generale Ghassan Alian si è rivolto alla popolazione di Gaza annunciando in arabo: «Gli animali umani devono essere trattati come tali», per poi aggiungere: «Non ci saranno più elettricità né acqua. Ci sarà solo distruzione. Volevate l’inferno e l’inferno avrete». Il presidente del Parlamento Nissim Vaturi aveva fatto un post su X in cui chiedeva di «cancellare Gaza dalla faccia della terra», poi era andato in televisione e aveva proclamato: «Dobbiamo andare laggiù e uccidere, uccidere, uccidere. Dobbiamo ucciderli prima che siano loro ad uccidere noi».

Il saggio riporta una lunga serie di dichiarazioni, ancora più terribili, ma forse è il caso di interrompere qui la lunga lista perché, purtroppo, queste parole non sono state dettate solo dall’emozione causata dall’attentato di Hamas ma, come i fatti successivi hanno rivelato, indicano una precisa strategia per uccidere o deportare la popolazione di Gaza il che, sulla base della definizione accettata a livello internazionale, è da considerarsi come genocidio. I cittadini europei fanno molta fatica ad accettare che, in quello che si autodefinisce «l’unico Paese democratico del Medio Oriente», una nota conduttrice televisiva e influencer come Inneret Barashi possa aver scritto un tweet in cui affermava: «Dobbiamo spazzare via ogni residuo della mutazione omicida a Gaza, dalle sale parto fino all’ultimo degli anziani. Meritano di morire al 100 per cento». Alla luce della truculenza di tante prese di posizione, possiamo forse comprendere quale fosse la strategia sottesa alle dichiarazioni dell’attuale ministro delle Finanze Bedrich Smotrich, un estremista religioso che, già nell’ottobre 2015, aveva definito Hamas «una risorsa», invocando proprio quella stessa logica in virtù della quale Netanyahu aveva consentito che ad Hamas venissero consegnati milioni di dollari dal Qatar con il permesso dello Stato israeliano.

La perdita dell’innocenza

David Ben-Gurion (1886-1973). Per gli israeliani è il padre della patria che ha fatto nasce lo Stato ebraico, ma per gli arabi è uno dei responsabili della Nakba (catastrofe). La sua opposizione all’approvazione di una Costituzione ha favorito lo sviluppo di una concezione etnocentrica e razzista dello Stato ebraico.

Bartov ricostruisce con precisione la complessa fase dei soprusi e dei veri e propri massacri subiti nei secoli dagli ebrei e dettaglia la nascita del moderno antisemitismo, sviluppatosi negli ultimi decenni del XIX secolo. Una volta usciti dai ghetti, anche grazie alla visione aperta diffusasi dopo l’Illuminismo, la nascita della moderna società industriale crea le condizioni per cui gli ebrei vengono identificati con i mali dilaganti della moderna società, dall’urbanizzazione all’erosione della società tradizionale a causa di figure come i proprietari di grandi magazzini e dei grandi istituti bancari che venivano spesso identificati con gli ebrei. Il sionismo è una risposta a questi fenomeni e aspira a liberare gli ebrei dalla persecuzione ma anche a dar loro lo stesso tipo di autodeterminazione nazionale conquistata da molti Stati europei. Il problema, secondo Bartov, è che dopo la proclamazione dello Stato di Israele nel 1948 il sionismo non si è sciolto, visto che aveva ottenuto lo scopo per cui era nato, ma è diventato l’ideologia trainante dello Stato. Quest’involuzione è stata causata dalla precisa scelta di David Ben Gurion, primo presidente e padre della patria, di non dotarsi di una Costituzione che avrebbe invece favorito l’evoluzione democratica dello Stato e il rispetto delle minoranze arabe. L’autore spiega bene che gli arabi, maggioranza schiacciante nella Palestina mandataria britannica, diventano minoranza perché sono uccisi o espulsi con la forza dopo la proclamazione dell’indipendenza. «Se prima del 1948 -scrive lo storico- il movimento sionista aveva posseduto due facce, una di liberazione dall’oppressione e l’altra di colonialismo d’insediamento e nazionalismo etnico, una volta fondato lo Stato, fu quest’ultima a prevalere sulla politica israeliana».

La vera tragedia per Israele è che, una volta diventato potenza coloniale occupante, ha iniziato a sentirsi giustificato nell’uso di qualsiasi mezzo repressivo, non solo contro i palestinesi in armi ma anche contro i ragazzi e i bambini che protestavano tirando pietre. Le galere sono state riempite da decine di migliaia di giovani e, a volte, bambini in detenzione amministrativa, senza la formulazione di un capo di accusa e per un periodo di tempo indeterminato. Molti dei “terroristi” liberati in cambio degli ostaggi rapiti da Hamas erano in realtà adolescenti che non avevano compiuto nessun reato. Bartov ricorda che nei primi anni dell’indipendenza l’Olocausto era visto con vergogna ma, col trascorrere del tempo, si era trasformato a poco a poco fino ad assurgere al ruolo di evento fondate e cemento sociale della nazione, diventando una vera e propria ideologia di Stato. Citando lo studioso Peter Beinart, Bartov sostiene che l’Olocausto viene trasformato «nel prisma attraverso cui si percepisce la realtà, trasformando ogni minaccia, ogni problema di sicurezza, ogni sfida alla legittimità o alla rettitudine dello Stato in un pericolo esistenziale e genocida, a quel punto decade ogni limite e deve essere concesso tutto ciò che possa tutelare coloro che hanno già affrontato l’annientamento». Man mano che la politica israeliana ha virato sempre più a destra e la condizione dei palestinesi è andata peggiorando, maggiore è diventata la veemenza con cui i suoi funzionari sostengono che qualsiasi critica alle azioni di Israele non è altro che una vergognosa proiezione del pregiudizio insito nell’Occidente. E, purtroppo, questa posizione strumentale è stata inglobata all’interno della definizione di antisemitismo approvata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance che è diventato il mezzo migliore per trasformare ogni critica al governo di Tel Aviv in un’accusa di pregiudizio.

Il saggio si conclude in modo  propositivo perché l’autore prospetta un ripensamento radicale per le relazioni tra i sette milioni di israeliani e i sette milioni di palestinesi che vivono tra il fiume Giordano e il Mar Mediterraneo e riporta le proposte della studiosa israeliana Dahlia Scheindlin che ipotizza la nascita di uno Stato federale che includa un’entità israeliana e una palestinese, con due Stati distinti che garantiscano a israeliani e palestinesi «l’autodeterminazione» e «dei governi rappresentativi, una leadership politica, delle istituzioni di governo e dei confini propri». Ci sono poi una serie di dettagli che specificano la proposta in modo più articolato e dimostrano che in Israele non tutti sono accecati dal razzismo e dall’odio. Scheindlin propone anche di garantire libertà di movimento tra i due Stati e «una cittadinanza inclusiva» che consenta ai cittadini che rispettano la legge di risiedere in uno dei due Stati. Questo significa che i rifugiati palestinesi del 1948 potrebbero richiedere la cittadinanza palestinese e, in quanto cittadini palestinesi, richiedere il diritto di residenza in Israele. È interessante notare che, viste le incertezze dell’amministrazione Trump, «la Germania potrebbe avere un ruolo cruciale nell’aiutare entrambe le parti a definire i dettagli di come funzionerebbe uno sforzo del genere e del modo in cui dovrebbe essere realizzato […] In effetti, se non si farà ritorno ai princìpi  e agli impegni assunti con tanta enfasi al momento della creazione dello Stato, e se questi non verranno fissati in una Costituzione, c’è da temere che il cuore dello Stato ebraico non potrà più reggere, il che determinerà a sua volta lo smantellamento di qualsiasi accordo politico venga raggiunto con i palestinesi».

Omer Bartov
Nell’abisso
Dal sionismo al genocidio
La sconfitta morale di Israele
Laterza, pp. 240, € 19

Galliano Maria Speri