La brutale guerra scatenata dalla Russia contro l’Ucraina ha mostrato come le tecniche militari si siano evolute facendo emergere il ruolo centrale giocato da droni e missili ad alta velocità. Alla luce di questa svolta, è chiaro come l’unico modo per difendere il proprio Paese sia quello di dotarlo di un sistema in grado di avvistare e abbattere missili e droni nemici per proteggere non solo i siti militari e industriali ma anche quelli civili. È anche evidente che un sistema cosi complesso e articolato non può essere messo a punto da una singola nazione ma va realizzato a livello continentale, con la collaborazione di tutte le potenze europee. Una logica conseguenza di questa decisione è la realizzazione di un sistema autonomo, che non debba dipendere da forniture militari esterne. Chiunque parli di riarmo senza dare la priorità a un sistema antimissilistico comune europeo non sa cosa dice e, sostanzialmente, si comporta da utile idiota di coloro che vogliono mantenere l’Europa in una condizione di debolezza e ricattabilità. Leonardo, la grande impresa italiana operante nel settore della difesa, aveva messo a punto un progetto a livello europeo per creare una cupola antimissilistica che sarebbe diventata operativa in pochi anni. Perché il governo ha dato il benservito all’amministratore delegato che aveva ideato proprio il sistema di cui l’Europa ha un disperato bisogno?

In un’intervista rilasciata al Corriere della Sera il 4 ottobre 2026 il generale Carmine Masiello, capo di stato maggiore dell’Esercito, ha descritto la guerra in Ucraina come «un tragico laboratorio dove si combattono tre guerre in una: convenzionale, tecnologica e cognitiva. Il vecchio modello degli eserciti occidentali non regge più […] L’impiego massiccio di sistemi robotici autonomi a basso costo è un fatto. Solo nel 2025 la Russia ha lanciato sull’Ucraina 50mila droni Shahed: sciami di piattaforme economiche, prodotte in serie e considerate sacrificabili, che saturano i sensori avversari, ne consumano le munizioni di pregio e costringono a scelte continue su dove guardare e cosa colpire». Uno dei primi esempi sull’uso vincente dei droni sul campo di battaglia si è avuto nel settembre del 2020 quando l’Azerbaigian ha inflitto una pesante sconfitta all’Armenia per il controllo del Nagorno-Karabakh, una autoproclamata repubblica riconosciuta soltanto dall’Armenia. La Russia si era impegnata a difendere l’Armenia, in nome della comune religione cristiana, ma le truppe russe sono state a guardare di fronte agli effetti devastanti dei droni forniti all’Azerbaigian dalla Turchia.
Per anni Hamas ha lanciato su Israele missili di fabbricazione artigianale che si sono rivelati totalmente inefficaci e sono stati intercettati nella quasi totalità dei casi. Questo è stato possibile perché lo Stato ebraico si è dotato dal 2011 di un sistema di difesa aerea mobile progettato per intercettare e distruggere razzi a corto raggio, colpi di mortaio e proiettili di artiglieria. Il sistema è molto noto a livello internazionale ed è conosciuto come Iron Dome (cupola di ferro). Durante il recente conflitto con l’Iran si è dimostrato efficace anche contro i missili lanciati da Teheran, molto più potenti e precisi di quelli realizzati nella Striscia di Gaza o dagli Hezbollah libanesi. Grazie ad Iron Dome Tel Aviv può lanciare attacchi aerei devastanti contro l’Iran, il Libano e la Siria perché è in grado di proteggere il proprio territorio con un sistema molto efficace che usa tecnologie all’avanguardia. Roberto Cingolani, l’amministratore delegato di Leonardo dimissionato dal governo, aveva ideato un sistema difensivo che avrebbe potuto coprire l’intero continente europeo, nel momento in cui gli attacchi di droni e missili russi su obiettivi civili ucraini mostravano gli effetti devastanti di tali armi e la necessità fondamentale di neutralizzarle.
Il progetto “Michelangelo Dome”
Leonardo è un’azienda italiana attiva nei settori della difesa, dell’aerospazio e della sicurezza. Il suo maggiore azionista è il Ministero dell’economia e delle finanze italiano, che possiede una quota di circa il 30 per cento. Dal 1948 fino al 2016 fu denominato Finmeccanica; ha cambiato nome in Leonardo-Finmeccanica ad aprile 2016 e ha successivamente assunto l’attuale denominazione sociale dal primo gennaio 2017. All’inizio del 2016 in Leonardo-Finmeccanica sono confluite le attività delle società precedentemente controllate AgustaWestland, Alenia Aermacchi, Selex ES, OTO Melara e Wass. Secondo Defense News, Leonardo è la nona impresa di difesa del mondo (era tredicesima nel 2025) ed è la seconda nell’Unione europea (la prima è la britannica BAE Systems), con entrate dal settore difesa che rappresentano il 68% del proprio fatturato. La società è quotata nell’indice FTSE MIB della Borsa di Milano. L’azienda è strutturata in cinque divisioni operative: elicotteri, velivoli, aerostrutture, elettronica e cyber security (ex sistemi per la sicurezza e le informazioni). Il termine più corretto per definire Leonardo è quello di un colosso che si muove agilmente a livello internazionale grazie alla direzione ferma e creativa del suo amministratore delegato Roberto Cingolani, un fisico che, prima di questo incarico, è stato direttore dell’Istituto italiano di tecnologia di Genova, ministro della Transizione ecologica del governo Draghi e, dal 2022, consigliere per l’energia del governo Meloni. Il 9 maggio 2023 è nominato amministratore delegato e direttore generale di Leonardo.
Il 7 maggio 2026 il Consiglio di amministrazione annuncia la cessazione dall’incarico di Cingolani e, in perfetto burocratese, afferma che l’accordo di risoluzione «prevede il riconoscimento di un’indennità di importo complessivo pari a lordi Euro 4.483.250, corrispondente a n. 24 mensilità di retribuzione fissa e variabile di breve termine, che sarà erogata entro il mese di Luglio 2026». La sostituzione di Cingolani è stata dettata da un suo fallimento? Si è mostrato incapace di leggere le novità dei tempi e si è crogiolato nelle vecchie sicurezze? Nulla di tutto questo: i ricavi consolidati sono passati dai circa 14,7 miliardi di euro del 2022 fino a toccare quota 19,5 nel 2025. Gli ordini annui hanno raggiunto i 23,8 miliardi di euro, mentre il titolo di borsa ha beneficiato di una notevole crescita, trainato anche dal generale incremento della domanda nel settore della difesa a livello globale (ma questo è dovuto soprattutto all’espansionismo russo). Cingolani è una persona competente e piena di iniziativa ma ha un grosso difetto: tende a scegliere i collaboratori sulla base della competenza, non dell’appartenenza a un certo campo politico. Il governo Meloni lo ha nominato con l’appoggio e la stima del ministro della Difesa Crosetto e anche con il sostegno di Giovanbattista Fazzolari, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio che è l’eminenza grigia del governo in carica. Ma l’intraprendenza dimostrata da Cingolani e le sue scelte autonome non devono essere state troppo gradite al sottosegretario.
Non è stata però l’indipendenza la ragione per cui Cingolani ha perso il posto. Grazie agli ottimi contatti che intrattiene con le principali imprese europee, nel novembre dello scorso anno ha annunciato un progetto denominato Michelangelo Dome, uno scudo di difesa aerea e missilistica a lungo raggio e multidominio, flessibile e compatibile con i sistemi messi a punto da altri Paesi. Secondo i suoi piani, il progetto avrebbe portato nelle casse di Leonardo 6 miliardi di euro per il periodo 2026-2030, seguiti da 15 miliardi per gli anni 2031-2035. L’architettura aperta del sistema è progettata per essere pienamente compatibile con gli standard NATO e prevede una possibile sovrapposizione e interoperabilità con il Golden Dome staunitense. La filosofia alla sua base è quella di creare un sistema che si possa estendere all’intera Europa e coinvolga i principali esponenti dell’industria della difesa europea. Hanno infatti aderito al progetto MBDA, un consorzio missilistico europeo chiave per ampliare la gamma di sistemi d’arma disponibili per lo scudo. Leonardo ne possiede il 25 per cento, mentre le quote restanti appartengono alla francese Airbus SE (37,5 per cento) e alla britannica BAE Systems (37,5 per cento). Un altro partecipante al progetto è il colosso francese Thales che, nonostante stia sviluppando in parallelo il proprio sistema Skydefenders, si è detto interessato perché Leonardo ha espresso la massima apertura alla collaborazione internazionale e l’integrazione di sistemi transnazionali. Oltre ai francesi la Leonardo ha stretto un accordo di cooperazione con la turca Baykar che partecipa producendo velivoli senza pilota di medie dimensioni che dovrebbero consentire al progetto italiano di integrare le piattaforme aeree turche con l’intelligence e la capacità di tracciare gli obiettivi di Leonardo.

USA e Israele non gradiscono
Nell’ottobre del 2022 la Germania si è fatta promotrice di un progetto di scudo antimissilistico denominato Sky Shield a cui hanno successivamente aderito venti Paesi europei ma che ha trovato la ferma opposizione della Francia. Parigi ha protestato che il progetto tedesco non avesse preso in considerazione il sistema franco-italiano SAMP/T che ha tutte le caratteristiche avanzate dei Patriot statunitensi ma senza i suoi costi esorbitanti (la versione per l’Italia è equipaggiata con Kronos, un avanzato radar mobile messo a punto da Leonardo). Il governo francese ha poi fatto notare che Sky Shield si serve di apparati e tecnologie non europee e, quindi, non è uno strumento che garantirebbe all’Europa una propria politica autonoma. Nel giugno del 2023 il Parlamento tedesco ha autorizzato quasi 4 miliardi di euro per l’acquisizione di missili Arrow 3 di produzione israeliana che dovrebbero poi essere sostituiti dagli Arrow 4, ancora in fase di perfezionamento, che avrebbero la funzione di garantire una protezione ad alta quota. È ovvio che lo Sky Shield non è un sistema europeo ma, tutt’al più, un progetto europeo-statunitense-israeliano. Israele significa complesso militare-industriale USA per cui la proposta tedesca è tutto meno che uno strumento autonomo per la UE.
Michelangelo Dome, invece, è interamente europeo, aperto e flessibile per poter integrare tutti i progetti già in essere. Se sostenuto politicamente a livello continentale potrebbe permettere all’Europa un sistema antimissilistico che ci consentirebbe di far fronte alle politiche sempre più aggressive dello zar di Mosca. Ma questa idea non piace assolutamente a Washington e Tel Aviv, non solo perché vedrebbero colpiti gli interessi economici delle loro industrie della difesa ma, soprattutto, per ragioni politiche. Un’Europa in grado di difendersi autonomamente non sarebbe più ricattata dai diktat della Casa Bianca e di Netanyahu che non hanno certo chiesto il permesso a Bruxelles prima di scatenare la fallimentare guerra contro l’Iran. E qui emerge la seconda e più pesante ragione che ha portato alla defenestrazione di Cingolani, inviso a parte dell’apparato governativo per la sua indipendenza operativa ma, soprattutto, considerato come persona non grata da Stati Uniti e Israele che vedono come fumo negli occhi un progetto che favorisce la difesa autonoma europea. Cingolani è stato sostituito da Lorenzo Mariani, un manager di lungo corso più malleabile politicamente, che ha dichiarato che Michelangelo Dome andrà avanti ma poiché è falso che “uno vale uno” bisognerà vedere se gli sviluppi futuri confermeranno la dichiarazione.
Qualche giorno dopo la cessazione dell’incarico, Roberto Cingolani era a cena con un amico che, secondo una persona presente, gli ha detto: «Lo so che sei amareggiato ma non dispiacerti troppo perché, se fossi andato avanti, avresti rischiato di fare la fine di Enrico Mattei». Quando si tratta di grandi questioni geopolitiche né gli Stati Uniti né Israele vanno tanto per il sottile. Le malefatte americane sono notissime e straripetute; vorrei però ricordare alle persone con la memoria breve due episodi che hanno coinvolto lo Stato ebraico. Dagli incartamenti dei vari processi seguiti al rapimento e assassinio dell’onorevole Aldo Moro emerge che, durante la prigionia dello statista, il Mossad, il servizio segreto estero di Israele, prese contatti con le Brigate Rosse offrendo il proprio appoggio. Il brigatista chiese con stupore all’agente israeliano le ragioni di una tale mossa e si sentì rispondere che Israele intendeva rimanere l’unico alleato affidabile degli Stati Uniti nel Mediterraneo, per cui aveva tutto l’interesse alla destabilizzazione dell’Italia. Il secondo episodio è molto noto ma è stato subito coperto da una pesante coltre di disinformazione.
Negli anni Settanta del secolo scorso il colonnello Stefano Giovannone era la figura centrale dei servizi segreti italiani in Medio Oriente e operava da Beirut come capocentro. Ebbe un ruolo specifico in un patto di non belligeranza stipulato nei primi anni Settanta tra lo Stato italiano (su ispirazione della linea di equidistanza tra Israele e Stati arabi di Aldo Moro) e le organizzazioni della resistenza palestinese. L’Italia garantiva libertà di movimento e di transito ai palestinesi in cambio della promessa di non compiere attentati sul territorio italiano o contro obiettivi italiani all’estero. L’accordo prevedeva spesso il rilascio o la scarcerazione di militanti palestinesi arrestati in Italia con armi ed esplosivi. Tenendo fede al patto, nella seconda metà di novembre del 1973 i servizi segreti italiani avevano trasportato in Libia alcuni palestinesi arrestati a Fiumicino dopo un complotto sventato. Per la missione era stato utilizzato un C-47 Dakota, denominato Argo 16 e appartenente al 31° stormo. Qualche giorno dopo, il 23 novembre, quello stesso velivolo precipitò a Porto Marghera causando la morte dei 4 uomini di equipaggio. Le inchieste formali e la sentenza del tribunale di Venezia archiviarono la vicenda nel dicembre del 1999, attribuendola a un errore umano o a un guasto meccanico, non a un sabotaggio. Molti esperti di intelligence sono però convinti che quella fu un’operazione segreta del Mossad come ritorsione o avvertimento per la linea morbida scelta dall’Italia verso il terrorismo palestinese.
Galliano Maria Speri
