Una bussola geopolitica per decifrare gli sviluppi contemporanei

Gli studiosi e gli analisti di questioni internazionali danno varie spiegazioni dei fattori che hanno portato all’attuale situazione globale; ovviamente, ci sono valutazioni discordanti ma c’è un consenso di fondo sul fatto che viviamo un’epoca di grandi cambiamenti i cui sviluppi futuri sono complessi da immaginare. La seconda presidenza Trump ha messo esplicitamente in crisi quell’asse occidentale che aveva saldamente indirizzato la politica europea negli ultimi ottant’anni, senza che siano emerse alternative in grado di ricreare le antiche certezze. In una realtà così magmatica la geopolitica può essere uno strumento molto utile per leggere i segni dei tempi. Il problema vero è riuscire a orizzontarsi tra le varie scuole e dottrine che si sono stratificate nel tempo. Un utile strumento che può servire allo scopo è l’ultimo saggio di Emidio Diodato che, in modo conciso e scorrevole, chiarisce le principali tematiche in campo.

Emidio Diodato è professore ordinario di Scienza politica all’Università per stranieri di Perugia e questo lavoro è una riscrittura aggiornata di un testo pubblicato nel 2011. Nel dibattito pubblico contemporaneo, dominato da un flusso ininterrotto di notizie su conflitti internazionali, crisi diplomatiche e trasformazioni degli equilibri globali, il termine geopolitica è diventato un’etichetta onnipresente, usata in modo molto disinvolto, a volte a sproposito e con una grande superficialità argomentativa. Il saggio si propone come una guida sintetica e rigorosa in grado di restituire la complessità teorica e la profondità storica dell’argomento. L’autore chiarisce subito che la geopolitica non va intesa semplicemente come sinonimo di politica estera né come una generica analisi degli scontri tra le grandi potenze. Essa si configura, piuttosto, come lo studio sistematico del rapporto dinamico tra lo spazio e il potere, una chiave di lettura volta a comprendere come i vincoli morfologici, le risorse territoriali, le rappresentazioni cartografiche e le percezioni geografiche influenzino direttamente l’agire degli attori politici e istituzionali. Diodato dimostra che la geografia non è un dato statico o un palcoscenico inerte su cui la storia si limita ad andare in scena, bensì un fattore strutturante che viene continuamente interpretato, proiettato e rimodellato dalle strategie umane e dalle narrazioni ideologiche.

L’evoluzione della disciplina

 Per molto tempo gli studiosi hanno formulato diverse definizioni che hanno visto la contrapposizione di visioni contrastanti, anche se è stato sempre chiaro che la geopolitica è una dottrina orientata alla comprensione del mondo come un tutto, cioè uno spazio finito e un sistema chiuso. L’analisi prende le mosse dal periodo a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, un’epoca contrassegnata dalla chiusura delle frontiere geografiche globali. È in tale contesto che nasce la geopolitica classica, grazie a figure pionieristiche come Rudolf Kjellén (lo studioso svedese che usò per primo il termine), Friedrich Ratzel, Halford Mackinder e Alfred Thayer Mahan. In questa prima fase, il pensiero geopolitico è strettamente intrecciato con la logica imperialistica delle potenze europee e con la competizione per il dominio dei mari e dei cuori continentali della Terra. Non si pensi però che gli autori nominati fossero soltanto anziani studiosi, curvi su testi monumentali in biblioteche polverose; furono personaggi che ebbero un impatto determinante nel plasmare le visioni e le strategie a lungo termine del proprio paese. Anche se non usò esplicitamente il termine geopolitica, l’ammiraglio statunitense Alfred Thayer Mahan, sviluppò un argomento centrale come l’importanza del potere marittimo-mercantile per il controllo dell’Eurasia. Storicamente, il potere marittimo-mercantile fu alla base dell’espansione di Venezia prima e dell’Impero britannico poi. L’importanza di Mahan, non a caso un ammiraglio, fu che teorizzò la necessità di uno sviluppo accelerato della marina e ritenne che gli Stati Uniti fossero il candidato naturale per succedere ai britannici, ma solo se si fossero sviluppati intorno al «nuovo Mediterraneo del mondo». Questo fu possibile perché l’apertura del canale di Panama, che aveva collegato l’Oceano Atlantico a quello Pacifico, aveva creato un unico grande mare che gli Stati Uniti, che si affacciavano su entrambe le coste, potevano dominare.

L’Alleanza atlantica (almeno fino a Trump) viene considerata dagli europei come qualcosa che di scontato ma dimentichiamo che la nascita della NATO rappresentò una radicale novità per la politica estera statunitense. Questa svolta fu caldeggiata dal geografo britannico Halford John Mackinder, generalmente considerato il nume tutelare della geopolitica moderna, convinto che un’alleanza tra Stati Uniti ed Europa occidentale fosse fondamentale per contrastare il pericolo proveniente dall’Eurasia. Mackinder è oggi noto principalmente per una sua frase, estrapolata dal contesto, in cui affermava che «chi guida l’Europa orientale domina il cuore della terra – Chi guida il cuore della terra domina l’isola del mondo – Chi guida l’isola del mondo domina il mondo». Negli anni Venti e Trenta del Novecento alcuni studiosi tedeschi svilupparono la Geopolitik, tentando di dimostrare la centralità di pochi fattori geografici per plasmare la politica estera arrivando però a una sorta di determinismo. Un ulteriore discredito dipese dal fatto che la Geopolitik si autorappresentò come una scienza decisiva per la politica estera del Terzo Reich, per cui dopo la guerra la geopolitica venne respinta dal mondo accademico e fu relegata all’interno degli ambienti militari e di pochi centri specialistici.

Mappa tratta dal testo The Geographical Pivot of History del 1904 in cui Mackinder individua nella zona della Russia tra Europa e Asia il nuovo fulcro geopolitico mondiale.

Verso i nostri giorni

La riscoperta e la rinascita del pensiero geopolitico è avvenuta a partire dagli anni Settanta e Ottanta del Novecento, una transizione che ha condotto alla geopolitica contemporanea. Diodato mette in luce come questa nuova fase abbia beneficiato dell’apporto decisivo della cosiddetta geopolitica critica, la quale ha spostato l’attenzione dal determinismo fisico alla decostruzione dei discorsi politici. In questa prospettiva, la mappa non è semplicemente una descrizione neutra della realtà fisica, ma rappresenta una costruzione simbolica carica di valore politico. Vengono analizzati i diversi livelli in cui si articola la disciplina nella sua veste odierna: dalle rappresentazioni popolari veicolate dai media e dal senso comune, fino alla geopolitica formale elaborata dai centri di ricerca e ai processi decisionali concreti messi in atto dai governi e dalle istituzioni internazionali.

Un nucleo centrale e particolarmente rilevante del saggio è dedicato all’esperienza e all’egemonia geopolitica degli Stati Uniti d’America. Vengono analizzate le radici storiche dell’atlantismo e la genesi dell’immaginario americano, fondato sulla convinzione del Destino Manifesto e sull’idea di una missione globale. Dall’isolazionismo ottocentesco, con lo sviluppo successivo della potenza navale, fino al ruolo di garanzia dell’ordine liberale globale nel secondo dopoguerra, il volume analizza e approfondisce le direttrici che hanno consentito a Washington di proiettare la propria influenza sull’intero globo. L’analisi arriva fino ad oggi e si interroga sulle trasformazioni dell’architettura internazionale di fronte alle spinte multipolari, all’ascesa della Cina e alle incertezze del cosiddetto mondo post-americano.

Accanto al quadrante statunitense, il saggio riserva un’attenzione approfondita al continente europeo. L’autore illustra come l’Unione Europea abbia cercato di superare le storiche rivalità statali attraverso una logica di integrazione sovranazionale che ha tentato di sostituire la dinamica dello spazio fisico con quella del diritto e del mercato. Il saggio evidenzia tuttavia i limiti strutturali e le contraddizioni di tale modello di fronte a un mondo contemporaneo sempre più frammentato e conflittuale, un mondo a pezzi caratterizzato dal ritorno delle sfere di influenza, dalla militarizzazione delle frontiere e dal riemergere di sovranismi territoriali. L’agenda geopolitica europea si trova così di fronte a una sfida epocale: imparare il linguaggio della potenza senza rinnegare i propri valori costitutivi, in una geografia mondiale che la globalizzazione economica non ha affatto pacificato, ma ha semmai arricchito di nuove linee di frattura. Nelle sue conclusioni Diodato non fornisce facili risposte prescrittive né ricette geopolitiche immediate, ma ci consegna una griglia interpretativa e una bussola critica. Che cos’è la geopolitica si rivela dunque una lettura molto utile per comprendere che lo spazio geografico non è mai neutrale e che, per interpretare le grandi trasformazioni del mondo contemporaneo, occorre saper leggere la complessa trama di fili che unisce il territorio, le idee e il potere.

Emidio Diodato
Che cos’è la geopolitica
Carocci editore, pp. 158, euro 13.50

Galliano Maria Speri