Mentre i soldati non devono fronteggiare nessun nemico alle porte, insegnanti e infermieri combattono invece una dura guerra quotidiana e rappresentano una vera e propria prima linea nella nostra società. Il film L’ultimo turno, della regista svizzera Petra Volpe, descrive senza filtri e in modo incalzante e realistico una giornata di lavoro di un’infermiera in un ospedale cantonale elvetico in un reparto con croniche carenze di personale e con la presenza sporadica di medici. Tutte le incombenze ricadono sulle spalle di Floria Lind (una splendida Leonie Benesch) e dell’unica collega presente che, nonostante le gravi difficoltà, continuano a “fare il loro dovere” dando non solo un esempio di professionalità ma di appassionato civismo. Un messaggio molto importante per una società occidentale in cui prevalgono il disprezzo per i più deboli e dove l’umana pietà viene considerata una debolezza.
Appena arrivata in ospedale, chi smonta dice subito a Floria che tutti i letti sono occupati e che lei e la collega Bea, insieme a una studentessa di medicina al primo anno, dovranno farsi carico di tutto il reparto perché l’altra infermiera è occupata altrove per impegni sindacali. Non c’è però il tempo di lamentarsi perché il lavoro, la vita siamo tentati di dire, prende subito il sopravvento. Nonostante i rischi, dato l’ambiente che descrive, il film non cade mai nel retorico e nel lacrimevole perché la morte viene affrontata in modo oggettivo, senza inutili sottolineature e affermazioni vacue. La narrazione ha un ritmo incalzante, quasi da thriller, ma a differenza dei rischi dei genieri nel disinnescare una bomba, non certo un’esperienza molto vicina alla nostra, le situazioni in cui viene a trovarsi Floria sono state vissute dalla stragrande maggioranza degli spettatori. Diversi critici hanno evocato il cinema sociale di Ken Loach, soprattutto il Sorry We Missed You del 2019 e, in effetti, il film di Petra Volpe è una forte denuncia di una società che ha trasformato la vita umana in una merce da cui spremere il massimo del profitto.
Mantenere la propria umanità
Quando ci sono complicanze e il personale medico deve decidere se e come intervenire, la prima domanda che viene posta è se il paziente ha redatto un testamento biologico indicando le sue volontà. Nella situazione descritta nel film, i medici sembrano quasi contrariati dal fatto che, in mancanza di precise indicazioni, sono costretti a intervenire per rianimare il paziente e impedire che muoia. È ovvio che dichiarazioni esplicite per evitare l’accanimento terapeutico hanno un’importanza fondamentale per decidere come trattare i pazienti colpiti da malattie gravi o terminali. Non possiamo però fare a meno di notare che in una società dove esistono enormi pressioni per favorire un ruolo crescente delle assicurazioni e della sanità privata, evitare gli interventi di rianimazione e lasciare che natura faccia il proprio corso comporta forti risparmi (e aumenta notevolmente i profitti).
Paolo Mereghetti ha scritto sul Corriere della Sera del 17 agosto 2025 che «con una macchina da presa che sta addosso alla protagonista e non le lascia scampo, come fa il carico di lavoro e di responsabilità che le cade addosso ad ogni minuto, il film riesce a trasmettere allo spettatore non l’ansia per il risultato di qualche intervento operatorio ma la fatica cui deve far fronte Floria, che cerca di non dimenticare nessuno. Anche se qualche volta succede». La protagonista, nonostante le grandi difficoltà oggettive, mantiene i nervi saldi, tranquillizza l’anziano signor Leu che aspetta dalla mattina il risultato delle analisi che devono stabilire il rischio del suo tumore, si occupa della signora Kuhn che non è autosufficiente e, non capendo cosa ci faccia in ospedale, si agita sempre di più. Avendo saputo che la signora non ci sta molto con la testa ma ama molto la musica, le canta una canzone che l’anziana donna conosce e a cui risponde, intonando le strofe successive (è una delle scene più toccanti del film).

Ma oltre al giro delle stanze, alla misurazione della pressione, al controllo del livello del dolore, alla somministrazione delle medicine, arrivano anche continuamente richieste di interventi in corsia, telefonate dalla camera operatoria per accompagnare pazienti che devono subire interventi, chiamate dei parenti riguardanti i loro congiunti ma anche la richiesta di recuperare degli occhiali, “con il cordino rosso”, che una paziente dimessa aveva dimenticato nel suo armadietto. Mentre sta fronteggiando un’emergenza, Floria prende nota della richiesta e, dopo aver affrontato mille altri problemi molto più gravi, va nella stanza a recuperare gli occhiali dimenticati. Questi sembrerebbero dettagli insignificanti ma contribuiscono invece a completare il quadro psicologico della protagonista, competente e professionale nel suo lavoro ma anche capace di ascolto e profondamente sensibile da un punto di vista umano. A un certo punto, veniamo anche informati della situazione familiare dell’infermiera, separata con una figlia che va alle elementari e con una relazione problematica con il suo ex. Si tratta però di una breve parentesi, che viene subito accantonata dalla richiesta di un malato o da un controllo da effettuare su un altro.
Pubblico e privato
La struttura dove è ambientato il film è un ospedale cantonale di lingua tedesca, accoglie quindi in maggioranza pazienti che, sprovvisti di un’assicurazione medica, ricorrono a una struttura pubblica. Molti degenti sono svizzeri, ma ci sono anche africani, cinesi, arabi che ci fanno capire la forte presenza di stranieri nel Paese elvetico. L’ospedale accetta però anche pazienti privati che pagano per avere una stanza singola e non mescolarsi con il volgo che popola le varie corsie. Il personaggio che occupa la stanza singola è un ricco professionista cinquantenne, con al polso un orologio da 40mila euro che usa per cronometrare quanto tempo impiega l’infermiera a portargli il tè alla menta che aveva richiesto. Si comporta come se fosse in un albergo di lusso e chiede di parlare con i dirigenti perché ritiene inaccettabile che il suo tè arrivi con più di un’ora di ritardo. Noi sappiamo che, nel frattempo, Floria ha preparato decine di flebo, portato pazienti in sala operatoria, risposto a innumerevoli chiamate, assistito alla morte di una malata terminale per cui quando entra a portare una cosa insignificante come un tè alla menta e vede il professionista che, orologio alla mano, ha cronometrato il suo ritardo non ci vede più e in un impeto di rabbia scaglia il prezioso orologio dalla finestra.
Il momento è drammatico perché mette a nudo l’umanità dell’infermiera e che di fronte alle rimostranze di un personaggio veramente indisponente lo definisce «un vero stronzo, anche se stai morendo!». Il professionista ha infatti un tumore al pancreas che non perdona. Floria scende a cercare l’orologio ma non lo trova e ritorna nella stanza del paziente privato proponendogli di ripagarlo a rate. Improvvisamente, però, anche il ricco professionista, messo di fronte a una prossima morte, mostra segni di umanità e si chiede piangendo perché un tumore così letale sia toccato proprio a lui. A quel punto Floria gli stringe istintivamente la mano e cerca di consolarlo, come fa con tutte le persone nelle sue condizioni e lui le dice che se ritrovasse il suo orologio se lo potrà tenere, visto che a lui non servirà più. Questa scena mette in evidenza la democrazia della morte che non fa troppe distinzioni tra ricchi e poveri ma dimostra pure che i pazienti vengono curati a prescindere dalla consistenza del loro conto bancario.
La regista, autrice anche della sceneggiatura, ha messo in cantiere i film dopo aver letto il libro dell’infermiera tedesca Madeline Calvelage (Unser Beruf ist nicht dal Problema. Es sind die Umstände, Il problema non è la nostra professione, sono le circostanze), che ha poi svolto il ruolo di consulente. Dai titoli di coda apprendiamo che in Svizzera nel 2030 mancheranno 30mila infermieri qualificati e, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, per quella data la carenza mondiale raggiungerà i 4 milioni e mezzo. La didascalia finale fornisce anche un dato molto preoccupante quando ci informa che in Svizzera il 36 per cento del personale infermieristico abbandona il lavoro dopo appena quattro anni di servizio. Sulla base di questi numeri, e con una società che invecchia sempre di più, è chiaro che il film di Petra Volpe tocca un nervo scoperto che diventerà sempre più drammatico nei prossimi anni. In Italia questo è un argomento su cui non c’è una vera discussione che bisogna invece aprire prima possibile, vista la centralità che la figura dell’infermiere professionale svolge all’interno del nostro barcollante sistema sanitario nazionale.
Galliano Maria Speri
L’ultimo turno
Regia di Petra Volpe
Nelle sale dal 20 agosto
