La mancata soluzione al problema palestinese non ha solo esacerbato le ostilità locali ma è stata la causa indiretta di un’ondata di terrorismo che, negli ultimi decenni, ha colpito in tutto il mondo, facendo migliaia di vittime. Il premier israeliano Netanyahu propone di risolvere definitivamente il problema con una guerra infinita che, nonostante la sua brutalità disumana, si è rivelata incapace di affrontare le cause profonde del conflitto e ha avuto come drammatico corollario la distruzione del concetto stesso di legalità internazionale. Qui non si tratta di schierarsi con una parte o con l’altra, ma di capire la genesi della tragedia mediorientale usando gli strumenti della conoscenza storica, gli unici che ci possono aiutare a dissolvere la fumosa cortina della propaganda. Un saggio, conciso e rigoroso, fornisce risposte ben documentate che ci permettono di andare oltre i luoghi comuni con cui viene spesso affrontata la questione.
Il libro ha una struttura molto efficace perché è costruito come una serie di risposte articolate e approfondite a domande che cercano di affrontare le questioni essenziali di una delle guerre più lunghe nella storia dell’umanità. Lorenzo Kamel è docente all’Università di Torino, ha svolto attività di insegnamento e ricerca in vari atenei in Europa, Stati Uniti e Medio Oriente. Ha vissuto a lungo in Israele, conseguendo un master biennale all’Università ebraica di Gerusalemme e ha trascorso un anno in Palestina, all’Università di Birzeit. Il libro si rivolge a chi vuole fare lo sforzo di comprendere una situazione annosa e molto complessa, resa ancora più difficile dalla pesante coltre delle propagande contrapposte. Di solito, i sostenitori di Israele o della causa palestinese si schierano sposando una posizione ideologica, non sulla base una conoscenza approfondita della storia. Il saggio ci aiuta a riconsiderare diverse nozioni che, a un’analisi più approfondita, si rivelano non veritiere.
Fatti storici, non miti
Da sempre, la diaspora del popolo dell’antico Israele viene presentata come il risultato della fuga degli ebrei dopo la distruzione del tempio di Gerusalemme ad opera dei romani, ma non è così. Citando Abraham B. Yehoshua, il saggio afferma: «La storia ci insegna una cosa crudele sul rapporto del popolo ebraico con la terra di Israele. Il popolo ebraico non è stato espulso con la forza dalla sua patria, ma si è autoespulso (e continua a ignorarla). All’epoca del Secondo Tempio una metà del popolo ebraico risiedeva fuori dei confini di Eretz Yisrael per propria libera scelta! L’esilio romano, e di ciò gli storici possono dare buone testimonianze, non ha riguardato grandi masse di persone, ma solo piccoli numeri». Un altro falso mito, usato strumentalmente dalla propaganda sionista, riguarda il fatto che la terra poi occupata dallo stato Israele fosse disabitata e che i palestinesi presenti fossero arrivati con le migrazioni alla fine del XIX secolo. In realtà erano stanziati in quelle aree da secoli e avevano sviluppato un’agricoltura relativamente progredita.
Un altro luogo comune, forse il più pernicioso storicamente, è quello secondo il quale furono i palestinesi a non voler edificare un loro stato, dopo la risoluzione 181 dell’ONU che prevedeva la divisione della Palestina in due entità, una per gli ebrei e un’altra per i palestinesi. In realtà, la stessa partizione dell’ONU favoriva apertamente gli ebrei. Scrive Kamel: «È stato rilevato che le Nazioni Unite assegnarono allo Stato ebraico un’importante percentuale di suolo che anche anticamente non era mai stata parte integrante di alcun regno israelita (inclusa la costa tra Ashkelon e Ashdod), attribuendo per converso ai palestinesi una porzione consistente di terra che in tempi remoti era inclusa negli antichi regni israeliti. È stato inoltre sottolineato che la decisione dell’Onu non tenne in adeguato conto la situazione economica e sociale legata alla maggioranza locale, alla quale vennero di fatto preclusi strategici sbocchi come quello sul mar Rosso (sarebbe venuta a mancare anche una via di comunicazione diretta con la Siria), senza dimenticare che circa i 4/5 delle terre coltivate a grano, il 40 per cento della rudimentale industria e la totalità delle terre coltivate ad agrumi si sarebbero trovate all’interno del perimetro di terra destinato alla costituzione di uno “Stato ebraico”».
L’autore ricorda che l’organizzazione delle Nazioni Unite che nel 1947 votò quella risoluzione era formata soltanto da 56 nazioni, in rappresentanza di circa un quinto della popolazione mondiale. Ad approvarla furono 33 Paesi, mentre 13 si espressero contro e 10 si astennero. Gli Stati che, per varie ragioni, non poterono partecipare alle votazioni per decidere i termini dell’eventuale spartizione furono Svizzera, Svezia, Malta, Spagna, Portogallo, Irlanda e ovviamente i grandi sconfitti della Seconda guerra mondiale: Germania, Giappone, Italia, Austria e Romania. Non erano presenti neanche quasi tutti i Paesi che compongono l’Africa e l’Asia, allora entrambe soggette a potenze coloniali come Gran Bretagna, Francia, Olanda, Belgio e Spagna. L’aspetto che non viene mai ricordato è che i palestinesi non avevano nessuna forma di rappresentanza e che tutte le decisioni vennero prese sulle loro teste.
Il saggio riporta la sintesi fatta dal giornalista israeliano Uri Avnery:
Nessuno chiese agli arabi palestinesi di accettare o rifiutare alcunché. Qualora fossero stati interpellati, probabilmente avrebbero rifiutato la partizione, poiché – dalla loro prospettiva – attribuiva gran parte della loro patria storica a degli stranieri. Tanto piú che agli ebrei, che all’epoca costituivano un terzo della popolazione, era assegnato il 55 per cento del territorio – e anche lí gli arabi costituivano il 40 per cento della popolazione. I governi degli Stati arabi rifiutarono la partizione, ma certamente non rappresentavano gli arabi palestinesi, che all’epoca erano ancora sotto il dominio britannico (come lo eravamo noi).
Va chiarito inoltre che, dalla prospettiva dei palestinesi, che appena quattro decenni prima

rappresentavano i 9/10 della popolazione locale, ciò che avvenne al tempo a cui si riferiscono le parole di Avnery non coincise con l’avvio del conflitto, rappresentò bensí il capitolo conclusivo di una “guerra” iniziata già nel 1891 e che raggiunse il proprio punto di rottura nel 1907. In quell’anno infatti l’ottavo Congresso sionista aveva creato un dipartimento per la colonizzazione della Palestina, guidato dall’ebreo polacco Arthur Ruppin il quale non mancò di sottolineare che avesse come obiettivo «la creazione di un contesto ebraico e di un’economia ebraica chiusa, in cui produttori, consumatori e intermediari siano tutti ebrei». Ruppin prese a modello la Commissione reale prussiana di insediamento per la Prussia orientale e Poznań. Quest’ultima, fondata nel 1886, acquistò grandi appezzamenti di terra dai polacchi in contesti come Poznań e vi insediò contadini tedeschi per trasformare il carattere demografico dell’area. Qualche anno piú tardi Ruppin si impegnò a replicare alcuni elementi di quel modello al fine di trasformare il carattere demografico della Palestina.
Un altro aspetto che non viene mai ricordato è che l’Unione Sovietica divenne il maggiore sostenitore delle aspirazioni sioniste verso uno Stato ebraico sovrano, promuovendone la causa sia a livello diplomatico sia ricorrendo all’esercito nei momenti di maggiore bisogno. Stalin era infatti convinto che il potere ebraico fosse così vasto che se si fosse alleato con i britannici avrebbe messo in pericolo tutte le aspirazioni dell’URSS e fece quindi del suo meglio per separare i sionisti da Londra. Come ci ricorda l’autore «questi e altri aspetti analizzati confermano che la tendenza a collegare la nascita del problema dei profughi palestinesi al “rifiuto arabo” ignora troppa storia e non può che favorire una comprensione limitata di un tema assai piú articolato e complesso».
La violenza e l’esodo palestinese
La propaganda ufficiale sostiene che, prima della nascita dello stato di Israele, i pacifici insediamenti ebraici in Palestina venivano attaccati da milizie armate arabe che fecero ripetutamente stragi efferate. In effetti, ci furono molti attacchi in villaggi ebraici con varie centinaia di vittime. La differenza è che la violenza ebraica mirava esplicitamente a sradicare la popolazione palestinese, a distruggere non solo le case e le coltivazioni ma a cancellare la storia della presenza secolare nell’area. «Tra l’inizio di aprile -scrive Kamel- e la metà di maggio del 1948 [proclamazione dello stato di Israele], che può essere individuata come la seconda fase del conflitto, le relazioni tra la comunità palestinese e quella ebraica diventarono a mano a mano piú tese. Nel lasso temporale in questione si verificarono un numero maggiore di massacri ed espulsioni, piú o meno forzate a seconda dei singoli casi, per mano dell’Haganah [un’organizzazione paramilitare ebraica], anche se è difficile stabilire se vi fosse stato un vero e proprio piano preordinato in questo senso e in che misura esso venne eventualmente seguito e attuato». Alcuni storici hanno sottolineato che al momento dello scoppio della guerra del 1948 l’esodo si era già verificato.
Il saggio riporta quale fu l’atteggiamento delle forze militari israeliane dopo la vittoria del 1948, nonostante le ripetute dichiarazioni in vari congressi sionisti che gli ebrei insediatisi in Palestina avrebbero convissuto pacificamente con la popolazione araba locale. «418 villaggi palestinesi (531, se si conteggiano anche quelli beduini) vennero eliminati dalle carte geografiche. Molti di essi furono rasi al suolo, mentre una minoranza venne “ebraicizzata” nella popolazione e nei nomi. In non pochi casi questi ultimi riprendevano le denominazioni dei villaggi palestinesi preesistenti. Ad esempio, Bayt Dajan venne ribattezzato con il nome di Beit Dagan, il kibbutz Sasa fu costruito sulle ceneri del villaggio di Sa’sa’, Amka’ sulla terra dell’insediamento di Amqa. In diversi casi il Jewish National Fund fece piantare delle foreste sui villaggi spopolati. È il caso ad esempio della foresta Birya nella regione di Safad, del parco Ramat Menashe a sud di Biriyya e della cosiddetta «foresta di Gerusalemme» (i cui alberi sono stati piantati sopra i resti di Ayn Karim, Beit Mazmil, Beit Horish, Deir Yassin, Beit Umm al-Meis, Sataf e Zuba)».
Per quanto riguarda Hamas, le cui azioni vengono giustamente condannate, Kamel afferma molto laicamente che le operazioni del gruppo islamista «non possono prescindere dal contesto e dal ruolo giocato dalle autorità israeliane nell’intero processo. Al contrario dell’autoproclamato “Stato Islamico” (ex Isis) e di altri gruppi simili, privi di ancoraggi profondi nelle società locali e basati su ideologie obsolete, le fazioni palestinesi sono saldamente radicate nella storia della loro terra. Sono il prodotto di molte decisioni sciagurate e nefaste, ma anche di un secolo di sofferenza, oppressione e rivendicazioni volte all’autodeterminazione nazionale. Qualsiasi soluzione che non affronti queste problematiche è destinata a fallire». Dopo l’attacco terroristico del 7 ottobre 2023, che ha fatto 1200 vittime e ha comportato il rapimento di circa 250 persone, la propaganda israeliana ha ripetutamente messo in luce le violenze sessuali subite dai rapiti. Non si parla mai, però, degli stupri compiuti dagli israeliani, né delle violenze brutali subite dai detenuti palestinesi.

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Il saggio riporta che «non è quasi mai stato menzionato nei dibattiti su queste tematiche l’ampia casistica legata alle violenze sessuali di cui sono state vittime le donne palestinesi a partire dal 1948. Eppure, gli storici, compreso lo scrivente, hanno rintracciato un ampio numero di fonti primarie che confermano, al di là di ogni dubbio, quanto le violenze sessuali subite dalle donne palestinesi rappresentino un problema tutt’altro che secondario nella storia – passata e presente – di questo conflitto [….] Un articolo pubblicato sul quotidiano israeliano «Ha’aretz», in data 5 gennaio 2022, ricordava quando nel 1948 Aharon Zisling (1901-1964), l’allora ministro dell’Agricoltura israeliano, chiarí di essere disponibile a “perdonare gli episodi di stupro”. Sessantaquattro anni piú tardi (2012), Yossi Gurvitz pubblicò un articolo intitolato IDF colonel-rabbi: “Rape is permitted in war”, focalizzato sull’attuale rabbino capo dell’esercito israeliano Eyal Krim, secondo il quale lo stupro è “permesso in tempo di guerra”. Dopo il clamore suscitato da queste parole, la dichiarazione è stata parzialmente riformulata, sebbene lo stesso Krim abbia rilasciato altre affermazioni del medesimo tenore».
C’è una soluzione?
Nei decenni passati ci sono stati vari tentativi per arrivare a una qualche forma di coesistenza tra ebrei e palestinesi, tutti naufragati. Con gli accordi di Camp David del 1978, sotto la presidenza di Jimmy Carter, israeliani ed egiziani si sedettero a uno stesso tavolo ma fu soltanto dopo la conferenza di Madrid «che, per la prima volta dall’inizio del conflitto, tutte le parti in causa impararono a confrontarsi. L’impulso principale affinché ciò avvenisse venne dall’allora presidente George Bush, il quale il 6 marzo 1991 dichiarò che era arrivato il momento di fare tutto il possibile per colmare il fossato tra Israele e gli Stati arabi, nonché tra gli israeliani e i palestinesi». Bush affidò il compito al suo segretario di Stato James Baker, il quale portò avanti trattative simultanee con tutte le parti in causa. Duro fu in particolare il monito rivolto da Baker alle autorità israeliane: «Per Israele –ammoní Baker– è venuto il momento di mettere in discussione una volta per tutte la visione non realistica di una Grande Israele. Di rinunciare all’annessione, mettere fine agli insediamenti, permettere la riapertura delle scuole, rivolgersi ai palestinesi come vicini che hanno diritti politici».
Per vincere le resistenze israeliane le autorità di Washington decisero – per la prima e, fino a oggi, ultima volta nella storia – di non accordare al governo guidato da Yitzhak Shamir le garanzie bancarie che esso reclamava fino a quando fosse continuata la politica di colonizzazione dei territori occupati palestinesi. In questi ultimi, milioni di persone erano privi, da circa un quarto di secolo, sia di uno Stato di appartenenza che di una qualsiasi cittadinanza (e quindi di diritti): un limbo politico, giuridico e sociale destinato a perdurare fino ai giorni nostri. Anche i tentativi di Bill Clinton, succeduto a George Bush, non conseguirono alcun risultato pratico. Nel 2008 venne presentato un piano redatto dall’allora premier Ehud Olmert, lo stesso che nel 2007, dopo la vittoria elettorale di Hamas, aveva imposto il blocco totale di Gaza, favorendo il rafforzamento dell’ala militare del movimento islamista. Quel piano fu presto abbandonato.
Secondo l’autore, l’unico tentativo realistico di raggiungere un accordo fu l’iniziativa di pace araba avanzata nel 2002 al vertice di Beirut della Lega araba dall’allora principe ereditario saudita, poi re Abdullah dell’Arabia Saudita. Quella proposta «rifiutata a piú riprese dalle autorità israeliane, prevedeva un’intesa permanente tra mondo arabo e Israele, includendo nell’accordo i palestinesi (esclusi, per contro, dai cosiddetti “accordi di Abramo” del 2020) e richiedendo al contempo: 1) il ritiro da tutti i territori occupati dal 1967 in poi, tra cui le Alture del Golan siriane fino alla linea di confine del 4 giugno 1967, oltre che i restanti territori libanesi occupati nel sud del Libano; 2) il raggiungimento di una soluzione equa del problema dei profughi palestinesi, da concordare sulla base della risoluzione 194 dell’Assemblea generale dell’Onu; 3) l’accettazione di uno Stato palestinese indipendente e sovrano sui territori occupati dal 4 giugno 1967 in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, con Gerusalemme Est come sua capitale».
Oggi, con un’amministrazione statunitense che è parte del problema e non della soluzione, e un governo israeliano di fanatici estremisti che ordinano bombardamenti a tappeto senza un piano strategico né un chiaro fine militare, che non hanno nessuna remora nel parlare di pulizia etnica e deportazioni di massa, nessuno osa più ipotizzare soluzioni, mentre il massacro dei civili a Gaza e in Cisgiordania continua senza tregua. Lorenzo Kamel non è un politico a cui spetti immaginare proposte ma, come storico, ha il compito di analizzare fatti e documenti per descrivere al meglio la situazione oggettiva. Alla fine del suo saggio conclude affermando che: «Non è opportuno, né utile, “parteggiare” per un dato gruppo etnico, un Paese o una religione. Bisogna seguire solo i principî. Le persone sovente deludono. I principî, se sono solidi, no».
Lorenzo Kamel
Israele-Palestina
in trentasei risposte
Einaudi, pp. 190, euro 13
Galliano Maria Speri
