La fallimentare strategia dell’Occidente verso la Cina

Nel 2001 Gordon Chang, un avvocato nato in New Jersey da padre cinese e madre scozzese, pubblicò un saggio che divenne un successo. Il libro era intitolato The Coming Collapse of China (L’imminente collasso della Cina) e affermava categoricamente che il crollo sarebbe avvenuto entro il 2011. All’avvicinarsi della data fatidica, apparve spesso sui teleschermi americani per rassicurare: ancora qualche settimana e poi viene giù tutto. Siamo arrivati al 2025 e il Dragone, invece di andare in pezzi come previsto da Chang, è diventato la seconda economia mondiale e la principale potenza manifatturiera al mondo. Controlla circa il 70 per cento della produzione delle terre rare e ha il virtuale monopolio nel settore delle auto elettriche e delle energie rinnovabili, oltre ad avere un ruolo centrale nello sviluppo dell’intelligenza artificiale. Per decenni, gli Stati Uniti si sono illusi di poter manipolare la Cina e usarla per realizzare, a basso costo, i prodotti necessari all’economia occidentale, spingendola magari verso la democrazia. L’ultimo saggio di Alessandro Aresu ci fornisce una serie di dati impressionanti che dimostrano come il titolo del suo lavoro rifletta la situazione oggettiva e non la visione edulcorata che domina ancora la politica occidentale.

Più che un libro sulla Cina potrebbe anche considerarsi un libro sulle follie e sulla stupidità degli Stati Uniti (seguiti a ruota da Europa e Giappone) perché le considerazioni e le analisi vengono messe sulla bocca di Wang Huning, un autorevolissimo docente e politologo originario di Shanghai che ricopre anche un importante ruolo politico, visto che è salito al quarto posto nei ranghi del Comitato permanente del Politburo del Partito comunista cinese. Wang Huning fece un viaggio di studio di sei mesi negli Stati Uniti tra l’estate del 1988 e la primavera del 1989. Al ritorno in patria scrisse un saggio intitolato America Against America (America contro America) che ebbe un impatto profondo e gli aprì la strada verso una brillante carriera accademica e, successivamente, politica.

L’America descritta dallo studioso è un Paese in contraddizione con sé stesso: nasce come una promessa di libertà per tutti ma poi diventa una società corrosa da disuguaglianze, individualismo, consumismo, per cui cova al suo interno un conflitto insanabile. «L’assalto a Capitol Hill, il 6 gennaio 2021, – scrive Aresu- ha fatto entrare America contro America nella leggenda. Il professore di Shanghai, con la precisione di un entomologo, ha studiato ogni piega della società americana, ha messo in fila i pregi del dinamismo, i difetti della divisione. Secondo i suoi nuovi, numerosi lettori, ha previsto il disfacimento del sistema americano che tutti hanno visto in televisione».

I fatti reali e le illusioni

I sostenitori fanatici degli Stati Uniti, quelli che considerano Trump un genio politico che sta riscrivendo la storia, saranno fortemente contrariati ma anche loro dovrebbero prendere in considerazione tutti gli elementi messi sul tavolo da Aresu (anzi, da Wang Huning). All’inizio del 2025 Michael Froman, presidente dell’autorevole Council on Foreign Relations ed ex rappresentante commerciale degli Stati Uniti, arriva a sostenere che la Cina abbia già operato una trasformazione fondamentale del sistema economico globale, assumendo il ruolo di nuovo costruttore di regole a scapito degli Stati Uniti. Il saggio afferma che «secondo Froman, il sistema di un’economia internazionale aperta, un tempo promosso con fervore da Washington, ha lasciato spazio a un nuovo modello caratterizzato in modo esplicito, e non più nascosto, da un mix di protezionismo, politica industriale e intervento statale, principi che Pechino ha a lungo praticato e perfezionato. Un dato significativo, secondo Froman, è che gli Stati Uniti, dopo avere per decenni esortato la Cina alla liberalizzazione economica, stanno ora adottando in misura crescente politiche simili a quelle di Pechino: un progressivo slittamento verso il modello cinese».

Sostanzialmente, si è passati dalla strategia di Nixon e Kissinger di puntare sulla Cina in funzione antisovietica contando anche su una sua democratizzazione grazie allo sviluppo economico capitalistico, all’ammissione del fallimento di cinquant’anni di politica estera americana verso Pechino. E questo viene riconosciuto apertamente dai funzionari americani. Da segretario di Stato nella prima amministrazione Trump, Mike Pompeo pronuncia nel luglio 2020 un discorso alla Richard Nixon Presidential Library. In sintesi, va nel tempio di Nixon per dire che gli effetti di lunghissimo periodo di “Nixon in Cina” sono stati negativi per gli Stati Uniti, ed è tempo di cambiare. I democratici sostengono le stesse posizioni. Il discorso pronunciato al Council on Foreign Relations nel gennaio 2024 dal consigliere di Biden per la Sicurezza nazionale Jake Sullivan è lo stesso di Pompeo, sebbene ripulito da qualche attacco diretto. Sullivan ripercorre la precedente politica statunitense, ammettendo che «gli sforzi, impliciti o espliciti, per plasmare o cambiare la Repubblica Popolare Cinese nel corso di diversi decenni non hanno funzionato». Come Pompeo, Sullivan sottolinea che la Cina è l’unico attore con la capacità e la volontà di raggiungere e superare gli Stati Uniti nell’ambito della tecnologia, e come Pompeo ne denuncia l’espansione militare.

Se l’analisi collima, non è ben chiaro come gli Stati Uniti possano contrastare l’ascesa di Pechino a principale potenza economica (e quindi politica) mondiale alla luce di alcuni semplici fatti. Il saggio ci informa che «secondo i dati di MacroPolo, basati sull’analisi degli autori di articoli presentati a conferenze prestigiose come NeurIPS, nel 2022 quasi il 40 per cento dei migliori talenti nel campo dell’intelligenza artificiale, che lavorano in aziende e istituzioni di ricerca negli Stati Uniti, proveniva da università cinesi. Per la precisione, il dato è passato dal 27 per cento del 2019 al 38 per cento, superando proprio nel 2022 il 37 per cento di talenti provenienti da università americane. Il premio per il miglior paper di NeurIPS 2024 è stato assegnato a Visual Autoregressive Modeling: Scalable Image Generation via Next- Scale Prediction, firmato da Keyu Tian, Yi Jiang, Zehuan Yuan, Bingyue Peng e Liwei Wang della società cinese ByteDance, volto a introdurre un nuovo paradigma per la generazione di immagini».

Mentre Trump lancia una campagna forsennata contro le università, negli ultimi decenni la Cina è stata il Paese che, nel modo più esclusivo, ha fatto della cultura scientifica e tecnologica il metro di valutazione. Come osservato dal fisico Stephen Hsu, nato in Iowa da immigrati provenienti dalla Cina, la crescita dei laureati cinesi in materie STEM (Scienza, Tecnologia, Ingegneria, Matematica) è uno dei fattori più importanti per comprendere, a livello quantitativo ma anche qualitativo, i rapporti di forza tra Cina e Stati Uniti. «Secondo i calcoli di Hsu, nei prossimi vent’anni la Cina da sola potrebbe avere un bacino di lavoratori STEM equivalente a quello di tutto il resto del mondo. Questo vantaggio cinese non sarà toccato in modo significativo dai problemi demografici nei prossimi quindici/vent’anni. Solo il paese più popoloso al mondo, l’India, potrà occupare una posizione simile a quella cinese. Nessun altro».

Secolo americano o secolo cinese?

A partire dal 2012, sotto la guida di Xi Jinping è stata messa a punto una politica di attenzione verso la comunità cinese della diaspora con una strategia denominata Fronte Unito che punta a mobilitare elementi non appartenenti al Partico comunista in appoggio agli obiettivi nazionali, con un focus particolare sugli Stati Uniti. Attualmente, l’impresa statunitense con maggior capitalizzazione di borsa è NVIDIA, che ha superato Apple e Microsoft. Più delle metà dei suoi dipendenti è asiatica o americana di origine asiatica. Nell’estate del 2023 arriva a NVIDIA per uno stage Zhizeng Pan, un ingegnere cinese laureato all’Harbin Institute of Technology di Nan’gang, in Cina. Zhizeng Pan fa un’ottima impressione e ben presto gli viene proposta l’assunzione nella più importante impresa avanzata del mondo, il sogno di ogni ricercatore. Quell’offerta è con ogni probabilità accompagnata da un pacchetto di azioni: ciò significa che un ragazzino come Zizheng Pan può diventare milionario da un momento all’altro continuando a fare quello che ama. E lui cosa fa? Accetta l’offerta di DeepSeek, una delle principali società cinesi di intelligenza artificiale e torna in patria. D’altronde, non possiamo sorprenderci troppo, visto che la politica dell’amministrazione Trump è quella di criminalizzare i ricercatori cinesi, sempre sospettati di agire come quinta colonna di Pechino.

Jensen Huang, cinese di Taiwan, è presidente e amministratore delegato di NVIDIA, il produttore di chip più avanzato al mondo con sede centrale in California. Metà dei suoi dipendenti è asiatica o americana di origine asiatica.

Ma se, sotto le pressioni dei grandi esperti della sicurezza nazionale, gli scienziati cinesi, spina dorsale della ricerca avanzata americana, vengono emarginati c’è il rischio concreto che «gli Stati Uniti si chiudono ancora di più rispetto al talento asiatico, perché cominciano a sospettare dei malesi, dei vietnamiti e di altri ancora, e continuano ad accogliere gli indiani, che a un certo punto diventano la classe dirigente dell’America tecnologica». La seconda possibilità è che gli Stati Uniti accettano il vincolo del talento cinese e «abbandonano i tentativi di limitare il flusso di studenti e ricercatori perché capiscono che non possono funzionare. In questo caso, pensa Wang Huning, noi disponiamo di un interruttore che possiamo sempre premere. Le persone vivono la loro vita, non c’è bisogno di contattarle, alcune sono già parte del Fronte Unito, altre possono esserlo, altre no, sarà il ministero della Sicurezza dello stato a stabilire che fare, caso per caso. L’interruttore c’è perché l’America l’ha voluto. E premendolo possiamo spegnere tutto. Comunque vada, è America contro America».

Aresu riferisce che in una recente riunione a porte chiuse sulle terre rare, il presidente Xi Jinping ha ricordato il potere di ricatto cinese per quanto riguarda questi metalli, indispensabili sia all’industria avanzata sia al settore militare. Il leader cinese ha poi messo in evidenza che le aziende cinesi hanno la maggiore presenza nei principali prodotti chimici diversificati, i prodotti chimici speciali, le apparecchiature di telecomunicazione e i componenti elettronici. Ha anche ricordato come, nel settore dell’elettronica, la dipendenza statunitense dalla Cina è aumentata del 600 per cento tra il 2014 e il 2022. Trump ci ha abituato a discorsi aggressivi nei quali coloro che non si sottomettono alle sue condizioni dovranno subire terribili punizioni. Ma se le roboanti minacce di sfracelli militari dipendono dalle forniture cinesi è possibile che Pechino non si impressioni troppo.  Stavolta sembrerebbe che non sia The Donald ad avere buone carte in mano.

Alessandro Aresu
La Cina ha vinto
Feltrinelli, pp. 144, € 16

Galliano Maria Speri