Trent’anni fa, il 4 novembre 1995, Ygal Amir, un estremista della destra ebraica, assassinava il Primo ministro israeliano Itzhak Rabin, accusato di essere un traditore per aver firmato gli Accordi di Oslo, siglati con l’Organizzazione per la liberazione della Palestina. Ben presto, la morte di Rabin avrebbe rappresentato la pietra tombale per ogni speranza di pace per i due popoli e la sua scomparsa avrebbe sgombrato definitivamente la strada all’ascesa dell’astro nascente della destra: Benjamin Netanyahu. Gli ambienti della destra terroristica che avevano prodotto Ygal Amir sono oggi al governo e dalla loro posizione di forza chiedono lo sterminio o la deportazione dei palestinesi. I sospetti di complicità interne nell’omicidio non sono mai stati fugati.
Nonostante la durissima campagna di attacchi personali di cui era stato fatto oggetto dal Likud, il principale partito della destra, la preoccupazione maggiore di Itzhak Rabin nel giorno in cui fu assassinato non riguardava la sicurezza ma il timore di una scarsa partecipazione al comizio in sostegno della pace che era stato organizzato a Tel Aviv a Piazza dei re di Israele (oggi rinominata Piazza Rabin). Ma i suoi dubbi si rivelarono infondati perché erano arrivati più di 100mila partecipanti a cui si rivolse dicendo: «Ho sempre creduto che la maggior parte delle persone voglia la pace e sia pronta ad affrontare i rischi che questo comporta». Si unì poi al coro di quelli che intonavano Shir LaShalom, una canzone popolare israeliana che inneggia alla pace. Alle 21.45, terminato il comizio, il Primo ministro fu scortato verso la sua auto da agenti per la sicurezza interna che lo precedevano e lo fiancheggiavano a destra e a sinistra. Per motivi mai chiariti, l’agente alle spalle di Rabin si attardò e questo permise a Ygal Amir di farsi largo e sparare due colpi a Rabin con una Beretta 84F semiautomatica. Rabin morì in ospedale due ore dopo.

La campagna d’odio e le complicità
Rabin, che aveva 73 anni al momento della morte, era stato un militare di carriera giunto al grado di tenente generale. Aveva combattuto nella guerra di indipendenza del 1948 ed era considerato un eroe della Guerra dei sei giorni del 1967. Nel giugno del 1974 era diventato Primo ministro, carica che avrebbe conquistato una seconda volta nel 1992. Inizialmente, Rabin si era distinto per una linea dura contro i palestinesi quando nel 1988, come ministro della Difesa durante la prima intifada, aveva ordinato ai militari di rompere le ossa ai dimostranti che scagliavano pietre. Successivamente, però, si era reso conto che affrontare le proteste in quel modo era insostenibile. Alla fine di quello stesso anno aveva tenuto un discorso ai membri del Partito laburista a cui apparteneva dicendo: «Negli ultimi due mesi e mezzo ho imparato qualcosa. Tra le altre cose, che non puoi governare con la forza un milione e mezzo di palestinesi». La sua brillante carriera militare e le sue doti personali di coraggio e fermezza lo mettevano quindi nelle condizioni ideali per trattare la pace con i palestinesi. Nel 2015 il periodico statunitense The New Yorker aveva osservato che Rabin era stato una «specie di Nixon israeliano», riferendosi al presidente americano il cui solido anticomunismo gli aveva consentito di lanciare in modo credibile una politica di normalizzazione delle relazioni con la Cina.
Quando nell’agosto del 1993 venne resa pubblica la notizia che israeliani e palestinesi avevano iniziato negoziati segreti, la destra religiosa scatenò una campagna durissima contro il Primo ministro. I rabbini di estrema destra associati al movimento dei coloni dichiararono immorali le concessioni territoriali ai palestinesi e proibirono ai militari israeliani di evacuare gli insediamenti nei territori occupati, come era previsto dagli accordi di Oslo. Qualche rabbino arrivò a chiedere di applicare a Rabin il concetto di Din Rodef, l’assassinio di chi mette in pericolo la vita degli israeliani. Il Likud e altri gruppi di estrema destra organizzarono comizi in cui c’erano cartelli che riproducevano Rabin in uniforme da SS e paragonavano il Primo ministro a Hitler, scandendo slogan come “Rabin è un assassino” o “Rabin è un traditore”. Nel luglio del 1995, tre mesi prima dell’attentato, durante un comizio di protesta contro Rabin, Netanyahu organizzò un funerale farsa in cui fu fatta sfilare una bara e, per rendere il concetto ancora più chiaro, fu mostrato un cappio, mentre i dimostranti scandivano “Morte a Rabin”. Quando Carmi Gillion, responsabile della sicurezza interna di Israele, informò Netanyahu dell’esistenza di un complotto per assassinare il Primo ministro e gli chiese di moderare i termini lui si rifiutò di farlo, negando qualunque intenzione di incitare alla violenza.
Le indagini seguite all’assassinio misero in luce il ruolo ambiguo di Avishai Raviv, un agente dello Shin Bet (il servizio segreto interno israeliano) che aveva il compito di monitorare le attività degli estremisti di destra. Ygal Amir, con la complicità di suo fratello Hagai e di un amico chiamato Dror Adani, aveva messo a punto tre diversi piani per assassinare Rabin e la voce era arrivata alle orecchie di Raviv che però non l’aveva riferita ai suoi superiori. Nel 2000 Avishai Raviv fu accusato di negligenza nel prevenire un crimine e di complicità con un gruppo terroristico. Dopo l’inizio del processo la seconda accusa venne lasciata cadere e nel marzo del 2003 Raviv fu assolto da tutte le imputazioni. Leah, la moglie di Rabin, che si è sempre rifiutata di stringere la mano a Netanyahu, ha dichiarato pubblicamente di aver fiducia nello Shin Bet e di non credere a una sua eventuale complicità. Rimane però il fatto che Ygal Amir, l’assassino di Rabin, era stato un informatore dello Shin Bet e che Avishai Raviv, una volta venuto a conoscenze delle intenzioni di Amir, non aveva preso nessuna iniziativa.
Ci sarà pace per Israele?
Nell’estate del 1995, un giovane di nome Itamar Ben-Gvir, militante dei gruppi dell’estrema destra che sostenevano la colonizzazione di Giudea e Samaria (è il nome che usano per la Cisgiordania), andò in televisione e lanciò minacce esplicite contro Rabin. Durante le dimostrazioni contro gli accordi di Oslo mostrò con orgoglio lo stemma dell’auto di Rabin dimostrando che i fanatici estremisti di destra potevano arrivare vicino al Primo ministro quando volevano. Oggi Netanyahu, l’uomo che faceva sfilare la bara per Rabin, è a sua volta Primo ministro e Itamar Ben-Gvir è il suo ministro per la Sicurezza nazionale dal 2022. Per capire il tipo è sufficiente ricordare che fino a qualche tempo fa, prima dello scandalo che ne era derivato, Ben-Gvir teneva nel suo soggiorno (in un insediamento all’interno della Cisgiordania occupata) una grande immagine di Baruch Goldstein, un terrorista israelo-americano che aveva sparato su un gruppo di musulmani riuniti in preghiera uccidendone 29 e ferendone 125 ed era poi stato ucciso dai superstiti. Durante il suo funerale il rabbino Dov Lior aveva dichiarato che Goldstein era «il più santo di tutti i martiri dell’Olocausto». La lapide sulla sua tomba lo definisce un martire con le mani pulite e il cuore puro.

In questi giorni il parlamento israeliano sta discutendo forti limitazioni al diritto di informazione e guadagna consensi la proposta della destra estremista di istituire la pena di morte per coloro che causano la morte di un ebreo. Netanyahu è accusato dalla Corte penale internazionale di crimini di guerra e genocidio e sta conducendo un tentativo molto aggressivo per smantellare lo stato di diritto in Israele. Il parlamento ha approvato in prima lettura l’annessione della Cisgiordania, una violazione di tutte le leggi internazionali così esplicita da essere stata criticata anche dall’amministrazione Trump. La propaganda occidentale ha sempre dipinto Israele come “l’unica democrazia del Medio Oriente” ma la definizione si fa sempre meno calzante. Tutto questo è stato possibile perché Itzhak Rabin è stato violentemente eliminato dalla scena politica e il movimento dei sostenitori di Ygal Amir è entrato nel governo. Non ci sono troppe ragioni di ottimismo ma è doveroso ricordare il coraggio e il patriottismo di un soldato come Rabin che, pagando con la vita, aveva scelto la via della pace e del compromesso perché l’alternativa sarebbe stata quella di sterminare il nemico. Questa è una lezione su cui dobbiamo meditare a lungo.
Galliano Maria Speri
