Apparentemente vincitore, lo Stato ebraico è sempre più spaccato tra i fanatici ortodossi, attualmente al governo, e una società laica che ha una visione più aperta. Se gli estremisti religiosi manterranno il potere, l’élite tecnologica e finanziaria laica potrebbe decidere di emigrare e questo rischia di peggiorare drasticamente una situazione economica fortemente indebolita. Un nuovo saggio, che capovolge in modo radicale le impostazioni tradizionali, ipotizza la fine della colonizzazione sionista della Palestina e la nascita di un nuovo Stato democratico in cui possano convivere varie etnie e religioni, come avveniva anteriormente all’arrivo dei primi coloni ebrei, intorno al 1882. Le “proposte di pace” sfornate dagli USA nei decenni non hanno mai preso veramente in considerazione le aspirazioni dei palestinesi. Le brutalità dell’occupazione israeliana non hanno portato né pace né la sconfitta del terrorismo. Quanto sta avvenendo richiede un profondo cambiamento di prospettiva.
Ilan Pappé è uno dei maggiori storici del Medio Oriente. Nato ad Haifa da genitori ebrei sfuggiti alla persecuzione nazista, si è laureato alla Hebrew University di Gerusalemme e ha conseguito il dottorato a Oxford. Tra il 1984 e il 2006 ha insegnato all’Università di Haifa ma, nel 2007, ha dovuto abbandonare Israele a causa degli attacchi del mondo accademico e delle ripetute minacce di morte dovute alla sua posizione antisionista. Da quell’anno, insegna Storia all’Università di Exeter in Gran Bretagna. Pappé è uno dei rari israeliani antisionisti e per questo ha ricevuto ogni tipo di accuse ma anche gli avversari accademici dovrebbero riconoscergli un notevole coraggio intellettuale perché, con grande ottimismo dell’intelligenza, riesce a immaginare un futuro di coesistenza tra palestinesi ed ebrei totalmente fuori dagli schemi dominanti e che sfiora la visionarietà.
Innanzitutto, Pappé supera l’approccio ideologico e localistico del conflitto israelo-palestinese e lo colloca in un contesto molto più vasto quando scrive che «Israele e Palestina non sono gli unici Stati o paesi che hanno davanti a sé un futuro incerto. La Siria si è già disintegrata come Stato; il Libano è finito di recente nella categoria degli Stati falliti; e i disordini in posti come l’Iraq e, più lontano, nello Yemen, nel Sudan e in Libia indicano che a essere investiti da cambiamenti fondamentali non sono soltanto Israele e Palestina». In realtà, sostiene l’autore, delle crepe profonde sono apparse in Israele ben prima dell’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 per la rivalità inconciliabile tra il movimento messianico che propugna un Grande Israele e la parte laica della società. I fanatici religiosi stanno vincendo in questo momento ma non possiedono le capacità economiche e militari per assicurare la sopravvivenza di Israele né il buonsenso strategico.
Gli ebrei americani stanno cambiando
Il genocidio perpetrato dai militari dell’IDF (l’esercito israeliano) a Gaza non ha scatenato soltanto manifestazioni in tutto il mondo ma ha inciso profondamente sulla percezione che i giovani ebrei statunitensi hanno di Israele. Questi giovani non identificano più “giudaismo” con “sionismo” e Pappé nota che «senza un forte sostegno della comunità ebraica americana, il tradizionale baluardo di Israele, e se diminuirà l’appoggio di quella ebraica globale, la difesa di Israele negli Stati Uniti rimarrà nelle mani dei sionisti cristiani e dei repubblicani di estrema destra. Nel resto del mondo, senza più il mantello di un presunto liberalismo, Israele dovrà appoggiarsi a partiti e movimenti fascisti e nazionalisti di destra. Alleanze di questa natura mineranno i pilastri morali del sionismo, un progetto che si vantava di rappresentare la liberazione di un popolo incessantemente oppresso. Ciò potrebbe avere conseguenze anche per le alleanze strategiche di Israele nella regione e a livello globale».
I giovani ebrei, in particolare negli Stati Uniti ma anche altrove, non sentono più l’attaccamento per Israele che nonni e genitori davano per scontato. Questa spaccatura è destinata a crescere, vista la tendenza al liberalismo degli ebrei americani, mentre Israele assiste all’ascesa delle politiche di estrema destra. Un’importante pietra miliare nel cambiamento dell’opinione pubblica mondiale è la comparsa nel 2005 del movimento BDS (Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni contro lo Stato ebraico). Anche i disinvestimenti sono in rapido aumento. Nel febbraio 2024 un importante fondo pensione danese, con 420mila membri, ha disinvestito da undici banche israeliane. Le università stanno ricevendo forti pressioni perché disinvestano da Israele, mentre il governo irlandese ha ritirato le proprie partecipazioni azionarie, per un valore di 2,95 milioni di euro, da sei società israeliane. Sono ancora azioni isolate ma un numero crescente di Paesi sceglie di abbandonare l’inerzia con cui il cosiddetto “mondo civile” guarda alla tragedia palestinese.
Secondo l’autore «il fattore più incisivo sarà però il passaggio a sanzioni decise dai governi di tutto il mondo. Dopo gli attacchi del 31 ottobre 2023 in cui l’IDF bombardò un campo profughi, la Bolivia ha interrotto i legami diplomatici con Israele, mentre la Colombia ha fatto lo stesso nel maggio 2024. Cile, Honduras, Ciad, Turchia e Giordania hanno richiamato il proprio ambasciatore in Israele. Dopo una campagna triennale, nel febbraio 2024 l’Unione africana ha revocato a Israele lo status di paese osservatore. Il 13 novembre 2024, la Turchia si è spinta oltre, con l’annuncio della sospensione dei legami diplomatici con Israele, accusato di non avere nessuna intenzione di porre fine alla guerra».
Un solo Stato democratico per i due popoli
Per decenni varie amministrazioni USA hanno proposto quello che veniva definito “processo di pace” ma, nei fatti, questa strategia non ha fatto altro che permettere a Israele di continuare la sua politica di insediamenti (“illegali” secondo la legge internazionale) in Cisgiordania e di imporre un regime di apartheid ai palestinesi dei territori occupati e a quelli che vivono in Israele come cittadini di serie B. La proposta dei “due Stati”, stancamente ripetuta dalla diplomazia internazionale, è ormai defunta perché non esiste più un territorio su cui i palestinesi possano rivendicare la propria sovranità. È necessario superare la situazione attuale in cui Israele è l’unico ad avere voce in capitolo e puntare a una soluzione che tenga in considerazione le aspirazioni e i diritti dei palestinesi.
Nella storia ci sono molti esempi di Stati che sono scomparsi, come è avvenuto per la Yugoslavia

o per il Vietnam del Sud. Il Sudafrica ha invece imboccato una strada diversa che ha portato alla caduta di un particolare regime ideologico e alla sua sostituzione con un altro. Pappé si augura che gli Stati Uniti smettano di avere un ruolo di primo piano nell’area (i risultati dopo 80 anni di interventi in Medio Oriente sono disastrosi) ma siano invece i Paesi del Sud globale ad intervenire, insieme alle nuove potenze regionali che potrebbero svolgere un ruolo risolutivo per il conflitto. Lo storico israeliano ricorda che in Sudafrica e in Ruanda la creazione di una Commissione per la Verità e la Riconciliazione ha avuto un buon successo anche se, in alcuni casi, l’ampiezza e la gravità dei crimini commessi hanno richiesto l’azione penale, anziché la semplice ammissione delle proprie colpe. In Sudafrica ai responsabili fu offerta l’amnistia dal procedimento penale qualora si fossero impegnati a dire tutta la verità su ciò che avevano commesso durante l’apartheid. Furono presentate oltre 7000 domande di amnistia, ma ne vennero accolte solo 849. Un’operazione simile potrebbe essere messa in piedi anche in Israele e Palestina. L’obiettivo dell’ammissione non è la ricerca di una punizione: è fornire un’opportunità di espiazione, cosa che può avvenire solo dopo aver riconosciuto la verità.
Pappé nota che molti giovani studiosi hanno iniziato da tempo a produrre studi di fattibilità sul superamento del colonialismo sionista nella Palestina storica ed esistono ricerche accurate che mostrano come il rientro dei profughi (dal 1948 in poi) non avrebbe un impatto devastante sul territorio. Questo sviluppo sarebbe possibile, però, soltanto con la nascita di una nuova Organizzazione per la Liberazione della Palestina (OLP) e la sostituzione di tutta la vecchia dirigenza che, negli anni, si è mostrata corrotta o inetta. Una riorganizzazione statuale gestita dai palestinesi -sono loro le vittime del colonialismo israeliano- può sollevare più di una preoccupazione, ma dobbiamo ricordare che il Sudafrica ha attualmente 4,5 milioni di cittadini bianchi, discendenti dai colonizzatori olandesi e inglesi che non hanno nessun problema a convivere con la maggioranza nera che i loro avi hanno oppresso per secoli.
Il saggio ci ricorda che la coesistenza ecumenica tra varie fedi ed etnie è stata una cosa normalissima per secoli nella grande area del Mediterraneo orientale denominata Mashreq a cui dovrebbe ricollegarsi la nuova Palestina. L’equilibrio fu interrotto dall’arrivo dei colonialisti sionisti perché «i sionisti non giunsero in Palestina per diventare un’altra setta in una realtà settaria. Vi arrivarono con l’aspirazione di diventare uno Stato-nazione vestfaliano basato sull’esproprio nei confronti dei palestinesi. Non contestarono la cornice ecumenica: la distrussero». Pappé ritiene che una delle precondizioni basilari per la nascita di un nuovo assetto per la Palestina sia che «nessun gruppo religioso o etnico pretenda che la propria identità venga equiparata a quella dello Stato. Una tale equazione è la base del sionismo nella Palestina storica e il principale motore dietro le politiche di pulizia etnica e apartheid dagli anni Venti del XX secolo a oggi».
Mi rendo conto che la proposta di uno Stato unitario palestinese in cui convivano varie religioni ed etnie può sembrare totalmente campata per aria ma il saggio ricorda che negli anni Venti del secolo scorso il re dell’Iraq Faisal I dichiarò: «Parole come “ebrei”, “musulmani” e “cristiani” non hanno alcun senso all’interno del concetto di nazionalismo. Questo è semplicemente un paese che si chiama Iraq e tutti sono iracheni». E quando la Francia di Vichy impose il suo controllo sul Marocco e cercò di compiacere i nazisti perseguendo gli ebrei, re Mohammad V rispose: «Non ci sono ebrei in Marocco. Ci sono solo marocchini». Inoltre, tra il 40 e il 50 per cento dei cittadini di Israele proviene dai Paesi del Nordafrica e, fino al trasferimento nello Stato ebraico, quelli che sono definiti “ebrei arabi” condividevano lingua e costumi del Paese che li ospitava. Il problema vero quindi non sono i cittadini di Israele ma l’ideologia razzista del sionismo.
La parte finale del libro include un ipotetico diario di un professore (Pappé stesso) che vive e insegna in una Palestina del dopo-Israele nel 2048 e nota tutti gli sviluppi della situazione. Da questo capiamo che uno Stato democratico multietnico di Palestina, anche per uno storico che ha volutamente scelto di essere ottimista, non nascerà domani. Prima di usare termini come “utopia”, “visione irrealizzabile”, “sogno”, ricordiamoci che nel momento in cui viene scritto questo articolo ci cono bambini palestinesi che stanno letteralmente morendo di freddo, mentre il narcisista venefico che occupa la Casa Bianca si pavoneggia con l’idea di una pace soltanto verbale. Usando nuovi paradigmi, Pappé ci fornisce uno strumento serio per valutare una problematica irrisolta da decenni. Il saggio va letto con attenzione, senza accettare obbligatoriamente ogni sua tesi.
Ilan Pappé
La fine di Israele
Il collasso del sionismo
e la pace possibile
in Palestina
Fazi, pp. 288, € 18.50
Galliano Maria Speri
