Il repentino dietrofront di Trump sulla Groenlandia rivela la sua confusione mentale

 

La popolarità del presidente degli USA è scesa sotto il 40 per cento, i repubblicani hanno perso le ultime tre elezioni suppletive e a novembre si rivota per il rinnovo parziale di Camera e Senato. La violenza brutale e ingiustificata dell’ICE, la polizia anti migranti, ha sollevato diffuse proteste in tutto il Paese. Il debito estero sembra fuori controllo mentre l’imposizione dei dazi non ha portato a nessuna nuova età dell’oro in America. La guerra in Ucraina (che Trump aveva promesso di fermare in 24 ore) sta per entrare nel suo quinto anno, e il bizzarro tentativo del Board of Peace di diventare un’alternativa all’ONU attira per ora solo personaggi impresentabili e medie potenze. Il coup de théâtre tentato sulla Groenlandia è frutto di una strategia avventuristica che si scontra con la dura realtà. La narrazione degli eventi della Casa Bianca stride con i fatti nudi e crudi e, prima o poi, qualcuno potrebbe gridare che «il re è nudo».

 Nel 1837 Hans Christian Andersen pubblicò una favola intitolata I vestiti nuovi dell’imperatore in cui un monarca patologicamente vanitoso si fa tessere vestiti impalpabili da due imbroglioni che sostengono che i loro bellissimi abiti siano invisibili agli ignoranti e agli indegni. Ma in realtà gli abiti sono una truffa che nessuno denuncia per non fare la figura dello sciocco. Mentre il re sfila nudo in pubblico, un bambino, nella sua ingenuità, grida che il re è nudo, svelando in questo modo l’inganno alla folla. Andersen era danese e proprio dalla Groenlandia, territorio autonomo del regno di Danimarca, è venuto un chiaro esempio che quando si sfida la realtà ci si può rompere i denti perché il fantomatico accordo-quadro abbozzato dal presidente USA col segretario generale della NATO Mark Rutte non fa che ricalcare i punti di un documento del 1951.

Immagine realizzata dall’intelligenza artificiale che ritrae Trump come una “gallina in fuga” di fronte agli avversari che fanno resistenza dura.

Trump ha fatto marcia indietro e ha ritirato le sue minacce di ulteriori dazi contro i Paesi europei che intendevano difendere la sovranità della Groenlandia perché le sue rivendicazioni pretestuose hanno incontrato la ferma opposizione della UE che aveva raggiunto una maggioranza qualificata necessaria per attivare lo strumento anti-coercizione, il cosiddetto «bazooka», se fosse stato necessario. Cionondimeno, la politica UE rimane debole e incapace di rintuzzare una strategia che, nelle parole di Stephen Miller, il vice Capo di Gabinetto della Casa Bianca, non si cura delle «sottigliezze della legge internazionale» ma intende usare la potenza e seguire, senza limitazioni, le proprie necessità di «sicurezza nazionale». Senza fare riferimenti espliciti, il 22 gennaio 2025, parlando ai giovani appena entrati nel corpo diplomatico italiano, il presidente Mattarella ha denunciato che una politica internazionale basata sulla forza non farà altro che riportare il mondo alla barbarie.

 La Groenlandia e la storia

Già durante la sua prima amministrazione, Trump aveva parlato di un forte interesse verso la Groenlandia, isola enorme, in posizione strategica per delle possibili rotte artiche che si aprirebbero con il cambiamento climatico, ricca di minerali finora non sfruttati a causa del clima proibitivo. Il presidente ha semplicemente dichiarato che gli USA hanno bisogno di quell’enorme isola per ragioni di «sicurezza nazionale» e che, in ogni caso, i titoli di possesso della Danimarca sono dubbi. L’incursione militare che ha portato alla cattura e al successivo arresto del presidente venezuelano Maduro e di sua moglie ha ringalluzzito il  cerchio magico della Casa Bianca e il vasto movimento MAGA (l’acronimo che si ripropone di Fare di Nuovo Grande l’America) che hanno subito pensato di passare all’azione con la Groenlandia che, però, è in una situazione totalmente diversa da quella del Venezuela perché l’isola è un territorio autonomo del regno di Danimarca, membro fondatore della NATO e appartenente all’Unione Europea dal 1973. Ricapitoliamo brevemente i dati storici.

A partire dal 2500 a.C. diversi popoli hanno raggiunto la Groenlandia nord occidentale usando le isole della regione artica canadese. Ogni ondata di migrazione rappresentava una diversa cultura. L’arrivo più recente è quello degli Inuit che raggiunsero l’isola intorno al 1100. Nel 982 il navigatore norvegese Erik Thorvaldsson, noto come Erik il Rosso, raggiunse la Groenlandia dall’Islanda e vi creò due insediamenti. Diversi ricercatori hanno ipotizzato che all’arrivo di Erik il clima fosse meno rigido di quanto è oggi, visto il nome Green Land (Terra verde) che scelse di dargli. Durante i secoli XVI e XVII l’isola fu frequentata da cacciatori di balene olandesi e Inglesi, ma non venne fatto nessun tentativo di colonizzazione fino al 1721 quando il missionario Hans Egede, inviato dal regno unificato di Danimarca e Norvegia, fondò una compagnia commerciale e iniziò a convertire al luteranesimo la popolazione Inuit. Nel 1776 il governo danese proclamò il pieno monopolio nel commercio con la Groenlandia, e questa misura fu revocata soltanto nel 1950. Nel 1979 il parlamento di Copenaghen concesse l’autogoverno all’isola e in seguito a un referendum del 2008 furono trasferite al governo locale le competenze in ambito legislativo, giudiziario e nella gestione delle risorse naturali.

Come si vede, non ci sono dubbi che, secondo la legge internazionale, la Groenlandia sia a tutti gli effetti un territorio autonomo appartenente alla corona di Danimarca. Nell’accordo firmato nel dicembre del 1951 gli Stati Uniti riconoscono senza riserve la «sovranità del regno di Danimarca» sulla Groenlandia e ottengono il diritto di aprire basi militari sul territorio e di stazionarvi tutti i militari che ritengono opportuno. Durante la guerra fredda gli USA avevano sull’isola una ventina di basi, con poche migliaia di militari mentre oggi è aperta soltanto una base aerea, denominata Pituffik, con un personale di circa 150 operativi. La base ha la funzione di individuare eventuali attacchi o lanci di missili provenienti dall’Artico ed è quindi perfettamente integrata nel sistema difensivo americano. Dopo le prime dichiarazioni di Trump sulla Groenlandia dell’aprile 2025, il comandante della base, il colonnello Susannah Meyers, aveva dichiarato che le minacce del presidente «non riflettevano il pensiero della base aerea di Pituffik». Pochi giorni dopo, il colonnello Meyers è stato rimosso.

L’effetto TACO

L’improvvisa marcia indietro di Trump, che ha farfugliato di aver ottenuto un accordo non meglio definito ma sostanzialmente uguale a quello firmato nel 1951, ha portato molti commentatori a parlare di “nuovo effetto TACO”. L’acronimo, che fa il verso a MAGA, significa Trump Always Chickens Out (Alla fine, Trump si tira indietro, chicken significa gallina, notoriamente un animale pavido), ed è stato usato per la prima volta da Robert Armstrong del Financial Times il 2 maggio 2025. Armstrong si riferiva al fatto che quando viene confrontato a muso duro, il presidente fa marcia indietro perché è estremamente sensibile al giudizio dei mercati. È avvenuto con la Cina quando, di fronte ai dazi imposti dagli USA, Pechino ha minacciato di tagliare le forniture di terre rare, fondamentali per l’industria High Tech e per quella militare. Dopo aver ventilato sfracelli, Trump ha abbassato velocemente la cresta e ha drasticamente ridotto le sue pretese.

Arrivato all’incontro annuale di Davos in Svizzera con la richiesta di “titolo e proprietà” sulla Groenlandia, l’inquilino della Casa Bianca si è ridotto a celebrare la cornice di un accordo “infinito”, “eterno” che non concede all’America nulla più di quanto non avesse già prima. È certamente possibile che nella sua “imprevedibilità” (che qualunque psichiatra competente denominerebbe “confusione mentale”) la Casa Bianca cambi nuovamente posizione, confermando ancora una volta che gli Stati Uniti di Trump non sono più un Paese affidabile e che seguono una linea che si distacca nettamente dalla filosofia liberale e democratica che si è affermata dopo la sconfitta del nazi-fascismo nel 1945.

La soluzione diplomatica della questione groenlandese non è complicata perché basterebbe che USA e Danimarca firmassero una dichiarazione congiunta che confermi l’alto valore strategico dell’isola anche per gli Stati Uniti. Sarebbe inoltre necessario ribadire che qualunque modifica dello status del territorio richiede il libero consenso degli abitanti della Groenlandia, fugando ogni preoccupazione sulla “vendita” a una potenza straniera, in violazione di ogni diritto di auto-determinazione. Una più stretta collaborazione militare con gli Stati Uniti per la difesa della Groenlandia è anche negli interessi della Danimarca e tutto questo potrebbe tranquillamente essere realizzato all’interno della cornice della NATO, di cui Copenaghen è membro fondatore, senza nessun bisogno di minacce.

La Northern Sea Route

Il cambiamento climatico, negato con fermezza dall’attuale amministrazione USA, sta avendo un impatto reale sulla geopolitica globale perché, con lo scioglimento della calotta polare, si aprono delle rotte navali settentrionali che fanno risparmiare molti giorni di navigazione nel trasporto di merci dall’Oriente verso l’Occidente. L’importanza strategica della Groenlandia è rafforzata dal fatto che nell’isola sono presenti anche grandi ricchezze minerarie. La Groenlandia è all’ottavo posto nel mondo per riserve di terre rare e ha due siti, Kvanefjeld e Tanbreez, che sono tra i maggiori depositi di terre rare al mondo. Nonostante questo, non sono mai state aperte miniere per le terre rare a causa delle condizioni climatiche, con temperature che scendono spesso ai -40 gradi. È però possibile che l’aumento delle temperature, oltre a favorire l’apertura di nuove rotte commerciali renda possibile lo sfruttamento su larga scala delle ricchezze minerarie.

Un’immagine della Northern Sea Route, una via commerciale che potrebbe rivoluzionare la navigazione mondiale. (La grafica è stata realizzata dal quotidiano britannico Guardian del 15 gennaio 2026 su dati Arctic Portal, National Snow and Ice Data Center).

Ovviamente, gli Stati Uniti non sono i soli a essere interessati ad espandere la loro influenza nell’area. Dal 2018 la Cina ha elaborato una sua politica per l’Artico che ha chiamato Polar Silk Road (Via della seta polare) e ha tentato in ogni modo di essere presente nella regione con spedizioni di ricerca scientifica, investimenti nelle infrastrutture e acquisizioni di risorse naturali. La strategia di Pechino non ha però avuto successo perché si è costantemente infranta contro le ragioni di sicurezza. Nel 2018 l’impresa cinese per le terre rare Shenghe ha firmato un Memorandum di intesa con la Groenlandia per il processamento e la commercializzazione dei minerali della miniera di Kvanefjeld. Nel 2019 la prima amministrazione Trump aveva firmato a sua volta un Memorandum di intesa per la collaborazione scientifica e lo sviluppo delle terre rare. Nel giugno del 2025 la U.S. Export-Import Bank ha inviato alla Critical Metals Corp, una delle principali imprese che si occupa di terre rare al di fuori della Cina, la proposta di un prestito di 120 milioni di dollari per sviluppare l’estrazione di terre rare nella miniera di Tanbreez. Se l’operazione andasse in porto, sarebbe il primo investimento minerario oltremare dell’amministrazione Trump.

Ma oltre alle terre rare, la fusione della calotta polare apre nuove vie di trasporto e opportunità geostrategiche per le grandi potenze. Il Passaggio a Nord Ovest indica una serie di rotte marittime che, attraverso l’arcipelago artico del Canada, collega l’Oceano Atlantico a quello Pacifico. Il passaggio è oggi navigabile soltanto per pochi mesi all’anno a causa della presenza di ghiacci ma gli scienziati ritengono che, con il progressivo riscaldamento e i progressi tecnici, presto si potrebbe navigare per tutta l’estate, collegando l’Asia orientale all’Europa occidentale con una rotta che fa risparmiare 7mila chilometri, rispetto al percorso attraverso il canale di Panama attualmente seguito. Anche senza essere esperti di geopolitica si comprende facilmente l’importanza strategica della Groenlandia che verrebbe a trovarsi al centro di una via marittima destinata ad assumere progressivamente sempre più importanza.

Per questa ragione, data la natura dell’area, sarebbe necessario iniziare un’intensa campagna di costruzione di rompighiaccio per navigare e pattugliare la regione polare di cui gli Stati Uniti sono sostanzialmente sprovvisti. La Russia ha oltre 40 rompighiaccio (ma c’è chi parla di 57 vascelli), di cui uno a propulsione nucleare, e ha il dominio tecnico dell’area, visto che gli Stati Uniti ne possiedono soltanto 3. Trump vuole invadere la Groenlandia ma poi non ha i rompighiaccio per muoversi e dimostra così di non capire nulla dei complessi argomenti di cui parla, visto che l’accordo del 1951 e i successivi Memorandum per lo sfruttamento minerario gli forniscono tutti gli strumenti per una presenza strategica in Groenlandia. Purtroppo, mentre nella sua prima amministrazione c’erano elementi indipendenti (subito licenziati, ovviamente) che cercavano di indirizzarlo e consigliarlo nelle questioni strategiche, nell’amministrazione attuale il presidente è circondato solo da yes men e yes women, messi in posizione di potere per la loro fedeltà e largamente incompetenti. Mai come in questo momento la definizione di “mina vagante” è stata più appropriata per l’inquilino della Casa Bianca.

Galliano Maria Speri