Il mondo che Trump sta costruendo è molto simile al 1984 di Orwell

Critici e oppositori del presidente USA concordano solo sulla sua “imprevedibilità”, mentre gli storici e gli analisti non riescono ancora a capire se dietro le sparate inconsulte, le minacce truculente poi ritirate, i bombardamenti senza una strategia a lungo termine ci sia un filo coerente. Se, effettivamente, c’è un disegno, il mondo verso cui ci sta sospingendo Trump è molto simile a quello ipotizzato dal romanziere britannico George Orwell nel suo famoso romanzo distopico 1984. Me se il piano è quello di creare un condomino mondiale diviso tra Stati Uniti, Cina e Russia, allora bisogna possedere una mente analitica lucida e potente cosa che non sembra tra le qualità dell’inquilino della Casa Bianca, mentre le voci preoccupate sul suo vero stato mentale continuano a moltiplicarsi.

Nel suo romanzo 1984, pubblicato nel giugno del 1949, nel mezzo delle tensioni della guerra fredda, Orwell immagina un mondo futuro diviso in tre grandi stati totalitari, in perenne lotta tra di loro. Le tre unità territoriali sono l’Oceania (che comprende le Americhe, le isole dell’Oceano Atlantico e la Gran Bretagna, l’Africa meridionale, l’Australasia e, presumibilmente, l’Antartide), l’Eurasia (che include l’Europa continentale e l’Asia settentrionale, nonché presumibilmente la Turchia e l’Asia centrale) e l’Estasia, di cui fanno parte la Cina interna, parte della Cina esterna, il Giappone, l’Indocina, nonché presumibilmente la Corea. Il romanzo fu scritto nel 1948, prima della vittoria del Partito comunista cinese che portò al potere Mao Zedong, quando ancora la Cina era un paese poverissimo e Stalin aveva il pieno controllo dell’Unione Sovietica e dell’Europa dell’Est. Le divisioni immaginate da Orwell corrispondono per sommi capi a un mondo tripolare dominato dagli Stati Uniti, dalla Cina e dalla Russia, con vaste aree grigie al di fuori della suddivisione.

Oceania, Eurasia e Estasia

Il contenuto più attuale e sconvolgete del romanzo non è tanto l’aver immaginato la divisione del mondo governato da tre grandi potenze, ma quello di aver previsto la manipolazione del linguaggio come strumento indispensabile per il dominio delle coscienze. L’Oceania è retta da una dittatura assoluta, rappresentata dall’onnipresente Grande Fratello che spia tutto e tutti attraverso schermi televisivi e manipola l’opinione pubblica con slogan come «La guerra è pace», «La libertà è schiavitù», o «L’ignoranza è forza». A chi fosse sfuggita l’impronta orwelliana del presidente Trump (un vero bugiardo patologico), ricordo che la sua piattaforma personale di chiama Truth (Verità), è offesissimo che non gli sia stato concesso il premio Nobel per la pace ma ha fatto cambiare la denominazione del ministero della Difesa in «ministero della Guerra» e considera «terroristi» tutti coloro che non concordano con le sue posizioni.

La situazione geopolitica immaginata da Orwell in 1984 non ha bisogno di commenti. (La mappa è tratta da Wikipedia ed è stata realizzata da Nikolai Gennadievich Nazarov).

L’Eurasia immaginata in 1984 va dal Portogallo alla Siberia, ipotizza quindi che l’intero continente europeo sia controllato dalla maggiore potenza militare, cioè la Russia. Per come stanno le cose oggi, è ancora fantapolitica ma come possiamo spiegare che l’amministrazione Trump si è esplicitamente schierata con la Russia riguardo all’invasione dell’Ucraina? Il ministro degli Esteri russo Lavrov ha invitato la Casa Bianca a rispettare l’accordo dell’Alaska che prevedeva (senza che fosse mai stato reso pubblico) la cessione a Mosca non solo delle terre conquistate sul campo ma anche delle aree del Donetsk che sono ancora saldamente in mano ucraina. Kyiv dovrebbe cedere aree sotto il suo controllo che ospitano la prima linea di difesa del Paese, caduta la quale le truppe russe potrebbero dilagare fino alla Polonia e alla Romania. L’unica logica in tutto questo è l’ipotesi di un appoggio americano alla creazione di uno spazio europeo dominato da Mosca.

Per quanto riguarda la Cina, invece, la sua politica di espansione militare nel Mar Cinese Meridionale mostra chiaramente che l’Estasia ipotizzata da Orwell è già una realtà operativa. Certo, il romanziere inglese non avrebbe mai potuto immaginare che la Cina sarebbe diventata in meno di un trentennio la seconda potenza economica del mondo e in grado di sfidare gli Stati Uniti anche nel settore delle tecnologie avanzate. La principale differenza tra gli attuali governi di USA, Russia e Cina è che i primi due sono dominati da autocrati circondati da personaggi incompetenti, incapaci di consigliare il capo in modo adeguato. Per quanto riguarda Mosca, lo si è visto nel febbraio del 2022, quando Putin ordinò l’invasione dell’Ucraina sulla base di informazioni che garantivano una marcia trionfale fino a Kyiv, con la popolazione sostanzialmente favorevole alla Russia. Sappiamo tutti come è andata. Anche Xi Jinping detiene saldamente il potere, incluso quello militare dopo la massiccia epurazione fatta negli ultimi, ma il suo governo è formato da persone competenti in possesso di un’articolata preparazione politica e strategica, affinata in decenni di gavetta. Mentre Trump ha confuso in pubblico l’Islanda con la Groenlandia, Xi conosce benissimo la geografia, vista la proiezione globale della Cina di oggi.

La pericolosità delle teorie anacronistiche

 Per giustificare le rinnovate operazioni in quello che, a torto, gli USA considerano il «cortile di casa», è stata rispolverata la Dottrina Monroe, dal nome del presidente che la enunciò per la prima volta nel 1823. Gli Stati Uniti erano allora formati da 26 Stati e avevano un esercito che era enormemente inferiore a quello inglese e a quello francese, per cui lo scopo della dichiarazione era quello di ammonire gli europei a non rimettere piede sul continente americano dopo che ne erano stati espulsi dall’ondata di decolonizzazione che era avvenuta in gran parte dell’America Latina. Contrariamente a quanto si ritiene comunemente, il monito era rivolto soprattutto alla Francia che era riuscita a schiacciare la rivoluzione liberale in Spagna e aveva rimesso sul trono Ferdinando VII; si temeva che, sullo slancio di quella vittoria, i francesi tentassero di restituire al re Borbone anche le colonie americane. Gli inglesi, che non volevano trovarsi ancora i francesi tra i piedi, schierarono la loro potente flotta, non perché volessero sostenere le velleità di Monroe, ma per proteggere i loro possedimenti in quello stesso continente. La Gran Bretagna non se ne andò dopo il 1823, anzi, aggiunse altre due colonie al proprio impero con la conquista dell’Honduras e delle isole Malvinas, rinominate Falkland.

La stampa codina, che non perde mai l’occasione di lodare il bully-in-chief, ha addirittura coniato il neologismo «Dottrina Donroe», unendo il nome dell’attuale presidente USA a quello di Monroe. Nel termine c’è una tragica ironia visto che a Trump, che ha un vocabolario corrispondente a quello di uno scolaro di quarta elementare, viene addirittura attribuita la capacità concettuale di elaborare una dottrina. La dichiarazione del 1823 fu invocata nel 1898 per giustificare la guerra contro gli spagnoli per Cuba e, ancora, nel 1904, quando il presidente Theodore Roosevelt aggiunse un corollario per cui gli Stati Uniti si riservavano il diritto di intervenire in caso di «illeciti flagranti e cronici da parte di un Paese latinoamericano». L’ultima volta, questo principio fu invocato dal presidente Kennedy all’inizio degli anni ’60, in occasione della crisi di Cuba. Ma poi ci furono la guerra del Vietnam, il Watergate, l’ubriacatura del «mondo unipolare», seguita al crollo dell’Urss, la drammatica crisi economica del 2008 e l’idea venne accantonata.

In un suo articolo sull’inserto domenicale del Corriere della Sera del 7 dicembre 2025, l’esperto di geopolitica Manlio Graziano ha scritto: «Nel corso di questo secolo, la “dottrina” si è svuotata dall’interno, conseguenza del declino relativo degli Stati Uniti. Segno annunciatore del progressivo allontanamento del controllo dell’America Latina, e in particolare dell’America del Sud, fu la cosidetta pink tide, la “marea rosa” che vide una serie di governi di sinistra accedere al potere». La maggior parte di quei governi non è più al potere, ma l’alternanza di esecutivi di diverso colore dimostra che il continente non è più formato da «repubbliche delle banane» che possono essere comandate a bacchetta da Washington. L’America Latina è ormai entrata nell’orbita economica della Cina, che è il principale partner commerciale di tutti i Paesi del subcontinente. Una delle ragioni che ha portato al rapimento del presidente venezuelano Maduro è stata anche quella di colpire gli interessi cinesi, acquirenti del petrolio di Caracas, ma la «brillante operazione», condotta in «solo 46 secondi» è stata in realtà concordata con l’attuale presidente ad interim Delcy Rodriguez che ha deciso di sacrificare l’ormai impresentabile Maduro per salvare il regime chavista.

Applicare la Dottrina Monroe al Brasile, un gigante politico ed economico, è molto più complicato che un’operazione di commando in Venezuela. (Ritratto ufficiale del presidente brasiliano Inácio Lula da Silva, foto di Ricardo Stuckert/PR).

Il Brasile, finita l’era del trumpiano Jair Bolsonaro, ha una politica completamente indipendente dagli USA. Non è soltanto un colosso politico ed economico ma è saldamente inserito all’interno dei Paesi Brics (Brasile, Russia, India, Cina, Sudafrica), al centro di una vasta rete globale che gli garantisce una articolata possibilità di scambi e sbocchi commerciali. Grazie anche alla presenza dell’India, i Brics non sono stati egemonizzati dalla Cina e quindi forniscono al Brasile una controparte solida in caso di attacchi economici da parte di Washington. Il Brasile ha oltre 220 milioni di abitanti, un’età media di 35 anni, una grande ricchezza di minerali e petrolio, un territorio vastissimo e un’economia che cresce stabilmente da anni. Al contrario, l’Argentina, governata da Javier Milei, alleato di ferro di Trump, è perennemente sull’orlo della bancarotta ed è stata salvata in extremis da un prestito di 20 miliardi di dollari concesso per puri motivi di affinità ideologica. Per incidere seriamente sulla realtà latinoamericana non bastano le operazioni di bandiera, come quella contro Maduro, ma serve una capillare presenza sul campo e non è credibile che Washington sposti truppe per imporre la sua volontà ai recalcitranti.

Trump ci sta ancora con la testa?

Il 28 gennaio 2026 il quotidiano Politico Europe, solitamente molto ben informato, ha pubblicato un articolo in cui cinque alti funzionari della UE riferivano che il premier slovacco Robert Fico aveva confidato di essere rimasto scioccato dallo «stato psicologico» del presidente Trump, dopo un incontro nella residenza di Mar-a-Lago. Ovviamente, Fico, che ha posizioni filo-trumpiane, ha smentito tutto ma non è certo la prima volta che viene sollevato il problema che, con l’acuirsi delle tensioni internazionali, desta sempre più preoccupazioni. Trump ha 79 anni, non proprio nel fiore degli anni, e mostra sempre più spesso la tendenza a comportamenti bizzarri o inadeguati al contesto. Fonti diverse hanno riferito del fatto che si appisolasse durante incontri alla Casa Bianca o che, durante una conversazione, iniziasse un discorso totalmente slegato dall’argomento trattato. In alcuni indirizzi pubblici si è lanciato in invettive contro i suoi predecessori democratici e, una volta, ha fatto una lunga tirata su come lui scende le scale, con grande attenzione, non come faceva Joe Biden che è caduto di fronte a tutti.

Nel luglio del 2025 Trump ha raccontato una storia dettagliata su come suo zio, lo scomparso professore del Massachusetts Institute of Technology John Trump, avesse insegnato a Ted Kaczynski, meglio conosciuto come Unabomber, il terrorista anarchico condannato all’ergastolo per aver spedito pacchi postali esplosivi che provocarono, nell’arco di 18 anni, 3 morti e 23 feriti. Trump ha riferito di un colloquio con suo zio al quale aveva chiesto che tipo di studente fosse stato Kaczinski al che John Trump aveva risposto che era stato un bravo studente che aveva però il difetto di andare in giro a correggere le persone. Il problema è che la storia non può essere vera perché lo zio di Trump è scomparso nel 1985, mentre Kaczinski fu identificato come Unabomber soltanto nel 1996. In secondo luogo, Kaczinski non ha mai studiato al Mit.

Poco dopo la sua inaugurazione, il presidente ha confuso l’Albania con l’Armenia, mentre discuteva di un piano di pace che riguardava quest’ultima. Il quotidiano britannico Guardian riferisce che a dicembre 2025 Trump ha avuto diversi momenti di confusione in cui si è lasciato andare a affermazioni incontrollate, come quando ha accusato tutti gli immigrati somali di essere soltanto «spazzatura» e, scioccando anche alcuni repubblicani, ha dichiarato che il noto regista Rob Reiner, assassinato dal figlio, se l’era andata a cercare. Per ridurre il rischio di dichiarazioni fuori luogo, gli impegni pubblici del presidente sono stati ridotti e la sua giornata media inizia intorno a mezzogiorno per terminare alle 5 del pomeriggio, un impegno significativamente inferiore a quello del suo primo mandato. Il New York Times ha calcolato che le sue apparizioni pubbliche sono diminuite del 39 per cento.

I fedelissimi del presidente respingono con fermezza ogni illazione e dichiarano che le condizioni di salute di Trump sono eccellenti, tanto che Steve Bannon, uno dei suoi sostenitori della prima ora, si è detto sicuro che il presidente sarà rieletto alle presidenziali del novembre 2028. L’unico precedente della storia è quello di Franklin D. Roosevelt, che ricoprì la carica per quattro mandati. Ma gli ultimi due mandati, nel 1940 e nel 1944, li vinse con ampio margine perché era in corso la Seconda guerra mondiale e sarebbe stato troppo pericoloso operare cambiamenti in corsa. Possiamo soltanto sperare che una situazione simile non si ripeta.

Galliano Maria Speri