L’ideologia woke, l’utile idiota che favorisce la scalata al potere dell’ultradestra

Anche gli analisti più pacati concordano sul fatto che Trump sta distruggendo l’ordine globale uscito dal secondo conflitto mondiale e lavorando alacremente per portare al potere partiti di estrema destra ideologicamente affini al movimento MAGA. Finora, i tanto decantati “pesi e contrappesi” del sistema democratico statunitense non sono riusciti a contrastare efficacemente la marcia verso un regime illiberale. Ma come siamo potuti arrivare fino a questo punto? Secondo Susan Neiman ciò è dovuto al fatto che l’opposizione di sinistra ha progressivamente rinunciato a tutti i suoi princìpi qualificanti e ha abbracciato un’ideologia come quella woke che ha dato un contributo determinante per frammentare la società in gruppi tribali in lotta tra di loro, contribuendo al trionfo della destra estrema.

Susan Neiman è una filosofa morale statunitense che dal 2000 vive in Germania, dove dirige l’Einstein Forum di Potsdam. Il suo ultimo saggio è molto interessante perché ha il coraggio di attaccare un feticcio del pensiero radicale come Michel Foucault e dimostrare la sua affinità de facto con le concezioni del giurista tedesco Carl Schmitt che, non solo aderì al nazionalsocialismo, ma dopo il crollo della Germania rifiutò di riesaminare criticamente le sue posizioni.  Non si pensi che l’idea di usare l’analisi filosofica sia un cedimento al narcisismo intellettuale perché lo scontro caotico a cui stiamo assistendo non vede contrapposte soltanto diverse posizioni politiche, o teorie economiche in conflitto tra di loro, o disegni geopolitici diversi ma è una vera e propria guerra culturale, con radici che affondano nella storia e nel nostro passato. All’inizio del saggio, Neiman proclama che intende occuparsi del «modo in cui le voci contemporanee considerate di sinistra hanno abbandonato le idee filosofiche essenziali a qualsiasi posizione di sinistra: dedizione all’universalismo invece che al tribalismo, una netta distinzione tra giustizia e potere, e fiducia nella possibilità del progresso. Tutte idee collegate tra loro». Ma, in realtà, quelle sono le idee filosofiche alla base dell’umanesimo occidentale e che, in questi tempi bui, dovrebbero essere professate da ogni persona dotata di buon senso, a prescindere dalle proprie posizioni politiche.

La validità dell’Illuminismo

Da circa una quindicina di anni si sta diffondendo la teoria secondo la quale l’universalismo, così come altre idee illuministe, sia soltanto una farsa inventata per mascherare i progetti eurocentrici a sostegno del colonialismo. Secondo l’autrice, si tratta di affermazioni che non sono semplicemente infondate, ma che ribaltano l’Illuminismo stesso. In realtà, i pensatori illuministi non erano affatto eurocentrici ma posero molte questioni in bocca a personaggi non europei per presentare punti di vista diversi rispetto a quelli prevalenti in Europa, che era allora la principale potenza mondiale sia economica e militare sia culturale. In un’epoca in cui le nascenti potenze coloniali giustificavano lo sfruttamento dei territori indigeni in Africa e in America sostenendo che fossero terre libere abitate da genti selvagge, Kant trovava ingiusto il loro comportamento perché «degli abitanti non tennero assolutamente conto». Diderot si spinse ancora oltre, sostenendo che le popolazioni indigene minacciate dai colonizzatori europei avrebbero avuto dalla propria parte ragione, giustizia e umanità se avessero semplicemente ucciso gli invasori come le bestie selvagge cui assomigliavano.

L’Illuminismo, contestato dai pensatori woke come strumento del colonialismo europeo, in realtà diede un contributo cruciale al concetto di diritti umani che spettano a chiunque, a prescindere dalla sua religione, dal gruppo etnico, dal sesso a cui appartiene, dall’area in cui vive. Secondo Neiman «l’idea che chiunque, al di là della provenienza, abbia diritto alla dignità umana, non significa necessariamente che le differenze tra le persone non contino. Le storie e le culture individuali sono la carne che rimpolpa le ossa dell’umanità astratta». Ne consegue che i diritti umani dovrebbero essere garantiti a tutti, a prescindere dalle storie vissute o dalle culture di appartenenza. Ma questa idea, messa sempre più sotto attacco nel mondo odierno, è stata combattuta anche in passato. L’autrice ci ricorda che «il concetto di diritti umani e le sue ripercussioni pratiche sono stati contestati da quando, nel 1796, Jeremy Bentham li definì assurdità. Eppure, anche senza una spiegazione ontologica di cosa siano, è evidente che l’idea di espandere i diritti umani giochi un ruolo politicamente sempre più significativo».  L’unica critica seria che si può fare all’Illuminismo è che quasi nessuno di quei pensatori mise mai in discussione il sessismo e la maggioranza continuò a suppore che le differenze biologiche tra uomini e donne stabilissero per loro destini completamente diversi.

Foucault, il ribelle nichilista

Il pensatore francese Michel Foucault è un feticcio della sinistra per i suoi attacchi viscerali contro la società borghese e le sue istituzioni repressive. Scrisse libri che «celebravano gli emarginati della società, i fuorilegge, i pazzi. Spesso assumeva posizioni politiche a sostegno degli oppressi, che si trattasse dei carcerati francesi o delle vittime della dittatura militare in Cile. E decenni prima che si iniziasse a pensare alla parità matrimoniale, Foucault fu apertamente, trasgressivamente gay». Molti storici sono grati a Foucault per aver aperto percorsi esplorativi un tempo relegati ai margini o completamente ignorati, ma se leggiamo nel dettaglio le sue idee sul potere ci sentiamo invasi da un senso di oppressione che ci paralizza. Per Foucault, il potere era inscritto in ogni aspetto della vita moderna, intrecciato nel tessuto della lingua, dei pensieri e dei desideri. Ha in sé perfino una resistenza, che lo rinforza. Tutto è potere, tutto, fino in fondo. Ma se è così, nessuno sarà mai in grado di cambiare uno status quo ingiusto.

Lo stesso vale per la sua analisi sulla giustizia, considerata come un’idea inventata come arma

Michel Foucault (1926-1984), nel suo tentativo di smascherare le ipocrisie della società liberale, si trova accomunato a un giurista di simpatie naziste come Carl Schmitt.

contro alcune forme di potere economico e politico. Foucault scrive che «se si lotta per la giustizia, lo si fa perché è uno strumento di potere; e non nella speranza che un giorno, in questa società o in un’altra, la gente verrà finalmente ricompensata in base al suo merito o punita per le sue colpe» e Neiman commenta che «negare quest’ultima cosa equivale a negare l’essenza della giustizia, umana o divina, in qualsiasi cultura: la giustizia cerca sempre di ricompensare le persone in base al merito e di punirle in base alla colpa. Chiunque neghi la distinzione morale tra innocenza e colpevolezza nega la possibilità di distinzioni morali in generale». Insieme all’ostinata convinzione che il potere fosse l’unico motore della società, Foucault aveva sviluppato un profondo disprezzo per la ragione.

Nonostante avesse posizioni diverse rispetto a Heidegger e Adorno, anche Foucault considerava la “ragione dell’Illuminismo” come «una frode egoistica, una sorta di dispotico, rapace mostro calcolatore impegnato a soggiogare la natura e finiva col pensare che, in quel contesto, la ragione arrivava a essere soltanto uno strumento e un’espressione del potere». Ma questo è un discorso molto pericoloso perché sembra implicare l’impossibilità di modificare le cose perché se non si dimostra che la realtà si può cambiare in base a idee razionali, ogni richiesta di cambiamento verrà liquidata come una fantasia utopistica. L’autrice ci ricorda che «i fatti ci vengono dati, ma serve la ragione per concepire il possibile. Altrimenti non potremmo nemmeno chiederci perché qualcosa sia sbagliato, né immaginare che potrebbe essere meglio di com’è. I filosofi lo chiamano principio di ragion sufficiente. È così basilare che è impensabile farne a meno, e probabilmente lo diamo per scontato, ma la richiesta di trovare ragioni è la base della ricerca scientifica e della giustizia sociale».

Molto interessante è anche il confronto che la filosofa americana fa tra Foucault e il già citato Carl Schmitt quando scrive: «Se nella scrittura Foucault divagava, Schmitt preferiva brevi dichiarazioni profetiche. Entrambi, però, rifiutavano l’idea di un’umanità universale e la distinzione tra potere e giustizia, oltre a condividere un profondo scetticismo verso qualsiasi idea di progresso. A renderli interessanti agli occhi degli odierni pensatori progressisti è la loro condivisa ostilità verso il liberalismo e il loro impegno nello smascherare le ipocrisie liberali. Non è chiaro se per Foucault questo smascheramento avesse altro scopo oltre a quello del sovvertimento come forma d’arte. Non c’è dubbio, invece, che Schmitt mirò a smascherare le istituzioni liberali per la gloria del Terzo Reich, sia prima che dopo la guerra».

Galliano Maria Speri