In un post su X del 5 marzo 2026 Khalaf Ahmad Al Habtoor, presidente di un grande conglomerato degli Emirati Arabi Uniti, ha attaccato frontalmente Donald Trump, definendo “pericolosa” la decisione di bombardare l’Iran e chiedendogli se aveva calcolato i possibili danni collaterali prima di agire. «Lei ha messo i Paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo – ha dichiarato il magnate- al centro di un pericolo che non hanno scelto di correre». È il primo importante imprenditore mediorientale a usare un tono molto duro contro l’avventurismo militare della Casa Bianca. Teheran ha reagito destabilizzando l’intero Golfo, spacciato come un’aree sicura in cui investire e, addirittura, godere di vacanze rilassanti. Con il blocco dello Stretto di Hormuz, il petrolio oltre 100 dollari al barile, una più che probabile invasione di terra del Libano da parte di Israele, il pericolo costante di un allargamento del conflitto e lo scoppio di un’ondata incontrollata di inflazione ci si chiede come mai non si levino altre voci critiche della palese incompetenza del presidente USA.
Al Habtoor ha accusato gli Stati Uniti e Israele di aver scatenato la guerra «prima che si fosse asciugato l’inchiostro» con cui era stata firmata l’iniziativa del Board of Peace, lanciata da Trump solo due mesi prima. L’imprenditore ha sottolineato come la maggior parte dei fondi provenisse da Paesi del Medio Oriente che hanno «versato miliardi di dollari per rafforzare la stabilità e lo sviluppo» e ha proseguito dicendo: «Questi Paesi hanno oggi il diritto di chiedere: dove sono finiti i soldi? Stiamo finanziando iniziative di pace oppure una guerra che ci espone al pericolo?». Nel 2008 Al Habtoor che, secondo Forbes, ha un patrimonio personale di 3,2 miliardi di dollari, lanciò una joint venture con Trump per la realizzazione di una Trump International Hotel and Tower nella famosa isola artificiale di Palm Jumeirah a Dubai, colpita il primo marzo 2026 da un missile iraniano. Il progetto, che prevedeva investimenti per 790 milioni di dollari, fallì nel 2011 a causa della crisi finanziaria seguita al crollo del 2008.

Nell’agosto del 2015, l’imprenditore emiratino sostenne la prima campagna elettorale di Trump, pubblicando un intervento su The National, il principale quotidiano di Abu Dhabi, intitolato «Perché sostengo la campagna di The Donald per la presidenza» ma, dopo che Trump aveva chiesto il bando agli ingressi dei musulmani negli Stati Uniti, aveva dichiarato alla rete NBC che si era pentito del sostegno fornito all’allora candidato repubblicano. Nel suo lungo post su X, Al Habtoor ha anche accusato Trump di aver tradito le promesse elettorali di concentrarsi sulla politica interna e non lasciarsi coinvolgere in operazioni belliche all’estero. L’imprenditore ha anche denunciato che, durante il secondo mandato, il presidente ha ordinato interventi militari in sette Paesi che includono Somalia, Iraq, Yemen, Nigeria, Siria, Iran e Venezuela. Dopo aver accennato alle crescenti preoccupazioni che serpeggiano tra gli americani riguardo a una nuova guerra, Habtoor ha affermato che «la vera leadership non si misura con le decisioni belliche ma valutando la saggezza, il rispetto per gli altri e i passi concrei per ottenere la pace. E se queste iniziative fossero lanciate in nome della pace, abbiamo il diritto di chiedere una totale trasparenza e un chiaro accertamento delle responsabilità». Alla luce dei drammatici effetti negativi scatenati dalla decisione di Netanyahu e Trump, dobbiamo chiederci non se Habtoor sia stato coraggioso, ma come mai nessun altro abbia ancora levato la propria voce di fronte a scelte così fallimentari e pericolose per il resto del mondo.
Disastro prevedibile
Nella sua pagina dedicata agli esteri, il Corriere della Sera del 18 aprile 2025 pubblicava su quattro colonne un articolo intitolato Trump ha fermato Netanyahu «Voleva colpire il nucleare in Iran», a firma Guido Olimpio e Greta Privitera, secondo i quali c’erano diversi esponenti dell’amministrazione, come il capo dello staff Susie Wiles, il segretario alla Difesa (ora rinominato segretario alla Guerra) Pete Hegseth, la direttrice dell’intelligence Tulsi Gabbard, il vicepresidente Vance e anche il consigliere per la Sicurezza nazionale Waltz, che avevano espresso la loro contrarietà a un bombardamento israeliano sui siti nucleari di Teheran. Veniva precisato che, rispetto alle posizioni più radicali espresse durante la campagna elettorale, una volta divenuto presidente Trump puntava a percorre la via diplomatica, preferendola alle posizioni guerrafondaie israeliane. Poi, il 22 giugno 2025, accodandosi a un attacco iniziato da Israele, anche gli Stati Uniti hanno lanciato un complesso bombardamento partito da basi americane per colpire i siti nucleari e impedire che l’Iran si dotasse dell’arma nucleare. Dopo l’operazione congiunta, la Casa Bianca ha dichiarato che il programma nucleare iraniano «era stato obliterato».
Il 28 febbraio 2026, durante i colloqui di pace che si svolgevano con la mediazione dell’Oman, Netanyahu ha lanciato una nuova offensiva contro gli impianti iraniani per l’arricchimento dell’uranio (ma non erano già stati distrutti nel giugno scorso?) e contro la dirigenza di Teheran, seguito in pochissimo tempo dal fedele cagnolino Trump, un vero macho che aspira al Nobel per la pace ma si accoda sempre alle scelte belliche israeliane. Il leader supremo Ali Kamenei è stato ucciso nelle prime ore dei bombardamenti, insieme a molti esponenti della nomenklatura rivoluzionaria ma, contrariamente a quanto ci si aspettava, il regime non è crollato e si è ben guardato dal fare qualunque proposta per porre fine ai bombardamenti iniziando a rispondere sistematicamente con droni e missili. Il bersaglio principale non è stato però Israele, ma i Paesi del Golfo che ospitano basi statunitensi che hanno subìto uno stillicidio costante di attacchi, su obiettivi sia militari sia civili, polverizzando il mito dell’inviolabilità di un’area che si presentava come un’isola felice nel bel mezzo del marasma mediorientale. Allo stesso tempo, oltre al lancio di missili e droni, l’Iran ha deposto un grande quantitativo di mine navali che hanno bloccato lo stretto di Hormuz dove passa circa il 20 per cento dell’offerta mondiale di gas liquefatto e petrolio via mare, un terzo dei fertilizzanti e dell’elio destinato all’Asia, necessario per produrre semiconduttori. Il risultato immediato è stato il balzo verso l’alto del petrolio e del gas, poco influenzato dall’annuncio di mettere sul mercato 400 milioni di barili delle riserve mondiali. Anche il prezzo dei fertilizzanti è aumentato repentinamente e questo colpisce sia i Paesi avanzati che quelli poveri.
Siamo sicuri che USA e Israele abbiano gli stessi interessi?
Storicamente, è la prima volta che lo stretto di Hormuz viene chiuso, ma è anche la prima volta che Stati Uniti e Israele proclamano esplicitamente di voler rovesciare la teocrazia di Teheran e soltanto un incompetente totale può immaginare che un regime feroce, al potere dal lontano 1979 e disposto a massacrare migliaia di oppositori interni per sopravvivere, accetti di farsi condurre al macello come un docile agnellino. Tutti gli esperti onesti avevano previsto gli sviluppi che sono poi avvenuti, e non ci voleva certo tanto acume per arrivare a quelle conclusioni. Ma come è possibile che la principale potenza mondiale si sia imbarcata con tanta leggerezza in una campagna militare dagli esiti incerti e senza un obiettivo chiaro? Il problema vero è che nella seconda amministrazione Trump il potere è così personalizzato che ha fatto saltare tutti i filtri che consentivano una competente valutazione di rischi e benefici. La delicatissima e complicatissima politica mediorientale, che ha visto fallire le migliori menti politiche e diplomatiche degli ultimi decenni, è stata affidata a Steve Witkoff, un immobiliarista compagno di partite a golf del presidente, e a Jared Kushner, genero di Trump. Witkoff non legge i rapporti dell’intelligence e, nel caso lo facesse, probabilmente non ci capirebbe granché. Se non fossimo sull’orlo di un conflitto terrificante, la coppia Witkoff-Kushner potrebbe essere paragonata a quella composta da Totò e Peppino De Filippo nel mitico film del 1962 Totò e Peppino divisi a Berlino. La grande differenza è che il duo tragicomico Witkoff-Kushner non fa ridere per niente.

Con la politica di “un uomo solo al comando” il personale del National Security Council, l’organo di vertice della Casa Bianca sulla politica estera e di difesa, è stato drammaticamente sguarnito. Secondo Richard Haas, ex consigliere del presidente George W. Bush, il dipartimento di Stato, che deve gestire e coordinare la politica estera, è sempre più debole fra licenziamenti, defezioni ed esperti emarginati sempre di più. La riapertura di Hormuz è un rebus di difficilissima soluzione perché richiederebbe un intervento massiccio della marina statunitense per le operazioni di sminamento, esponendo però le navi utilizzate all’attacco di missili, droni e barchini esplosivi. In ogni caso sarebbero necessarie molte settimane ma, probabilmente, diversi mesi. Trump ha chiesto a diversi Paesi (Cina inclusa) di inviare navi militari per collaborare nello sforzo, dando un chiaro segnale di debolezza. Soltanto la scorsa settimana, il presidente USA aveva offeso pesantemente il premier britannico Keith Starmer dicendo che l’offerta di navi inglesi era arrivata troppo tardi e che l’America non aveva bisogno di aiuto, visto che aveva già vinto. I fatti stanno dimostrando non solo che la guerra non è già vinta ma che Washington si è infilata in un rebus da cui non sa come uscire.
Le petroliere dirette in Cina non hanno difficoltà a superare Hormuz e, in ogni caso, l’acuirsi delle tensioni nell’area, stanno costringendo gli Stati Uniti a sguarnire il fronte orientale. Da Okinawa, in Giappone, sono partiti 5mila marines che (ma il piano rimane ancora molto vago) potrebbero essere usati per attaccare l’isola di Kharg, il principale terminale di Teheran per l’esportazione degli idrocarburi. Perché Xi Jinping dovrebbe collaborare per risolvere una situazione che, per ora, non lo danneggia troppo? Se Trump sposta navi e uomini dal quadrante orientale l’ipotetica difesa di Taiwan diventa più problematica. Pechino può sempre contare su un aumento delle forniture di Mosca, gongolante per aver visto aumentare notevolmente le proprie entrate petrolifere. Un problema aggiuntivo è che, visto il blocco dello stretto, Iraq, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti hanno iniziato a chiudere i pozzi e fermare l’estrazione perché con le petroliere piene e ferme in rada hanno già riempito tutti i depositi. Una volta chiusi, i pozzi non possono essere riaperti semplicemente girando una chiavetta e, se la condizione si prolunga per molto tempo, questo ha un grosso impatto sull’economia globale. Trump non aveva minimamente preso in considerazione questa eventualità.
La cosa tragica è che Trump è entrato in guerra senza avere un piano preciso e un obiettivo determinato. Netanyahu, invece, sa benissimo che il suo scopo è usare la potenza militare statunitense, gentilmente messa a disposizione dall’amico Trump, per distruggere l’Iran considerato, a torto, una “minaccia esistenziale” per lo stato ebraico. Ma è proprio questa guerra a dimostrare che la feroce teocrazia di Teheran non è, né potrebbe essere, una minaccia seria per Israele. Mentre l’aviazione di Tel Aviv, con i suoi F35 modificati dall’aggiunta di un serbatoio ulteriore, ha il controllo totale dei cieli iraniani e colpisce senza rischi tutti gli obiettivi che vuole, Teheran può contare soltanto su droni e missili che riescono a bucare episodicamente la potente difesa israeliana che, in questa fase, è ulteriormente protetta anche dal sistema antimissilistico della marina USA. Gli ayatollah sono con le spalle al muro e lottano per la loro sopravvivenza quindi, a maggior ragione, dovrebbero usare tutti i mezzi che hanno per infliggere ferite mortali al nemico sionista. Eppure, non sono riusciti che a piazzare pochi colpi isolati, che hanno causato un numero limitato di vittime, soprattutto poveri lavoratori immigrati che non hanno a disposizione i rifugi destinati ai cittadini israeliani.
L’attacco è partito perché, secondo la denuncia di Trump e Netanyahu, l’Iran era quasi sul punto di realizzare un’arma nucleare per distruggere Israele e, addirittura, colpire il suolo americano (ma Teheran non possiede missili intercontinentali). La menzogna che ha incendiato il Medio Oriente è ancora più tragica perché, a differenza di Teheran, Israele possiede da molti decenni un centinaio di testate nucleari, in grado di colpire qualunque punto del territorio iraniano e obliterare, forse per sempre, una civiltà con migliaia di anni di storia alle spalle. Poiché l’esercito di Tel Aviv ha minacciato in più di un’occasione l’uso del proprio armamento nucleare, quando Netanyahu si dice terrorizzato dalla possibilità di una bomba atomica scagliata dagli ayatollah mente spudoratamente, sapendo di mentire. Il suo scopo, ormai molto vicino, è quello di diventare la “Sparta del Medio Oriente” con l’acquisizione di Gaza, della Cisgiordania, di un’ampia striscia della Siria e del Libano meridionale. A quel punto non avrà più avversari e potrà imporre a tutti i vicini la sua volontà. Le domande da porsi ora sono: perché gli stati arabi, inclusi quelli che hanno firmato gli Accordi di Abramo, dovrebbero accettare lo strapotere militare e tecnologico di Israele senza ribellarsi? Conviene agli Stati Uniti inimicarsi gli stati del Golfo, e il mondo arabo in generale, con una politica così smaccatamente neocoloniale a favore di Israele? Le basi americane nella regione sono diventate un rischio, oppure una garanzia di protezione? Ci saranno in futuro stati disposti ad allearsi con Washington? Tra una partita di golf e l’altra, Trump e Witkoff dovrebbero cominciare a pensare alle risposte.
Galliano Maria Speri
