Il 25 marzo 2026 l’Assemblea generale dell’ONU, su proposta del Ghana, ha votato una risoluzione che riconosce la cattura e la deportazione di schiavi neri verso le Americhe come «il più grave crimine contro l’umanità». La risoluzione è stata approvata da 153 Paesi, 52 si sono astenuti e 3 hanno votato contro. Il presidente ghanese John Mahama ha dichiarato: «Rimanga agli atti che quando la storia ha chiamato, noi abbiamo fatto la cosa giusta per la memoria dei milioni che soffrirono l’indegnità della schiavitù». È giusto affrontare, una volta per tutte, il commercio degli schiavi e i gravi crimini compiuti dal colonialismo, per cui l’astensione dell’Unione Europea e del Regno Unito rappresenta un grave segno di insensibilità e pavidità. Ma detto questo, si rimane sorpresi dal fatto che viene condannato soltanto il commercio occidentale degli schiavi, ignorando completamente che per quasi un millennio gli schiavi neri furono rapiti e deportati da mercanti arabi verso il Medio Oriente e l’India. I circa 14 milioni di neri finiti in Oriente valgono meno degli altri?
Per la cronaca, i tre Paesi che hanno votato contro sono gli Stati Uniti, Israele e Argentina. Dan Negrea, ambasciatore USA all’ONU ha dichiarato che gli Stati Uniti «non riconoscono il diritto legale a riparazioni per torti storici che non erano illegali nel periodo in cui avvennero». L’ambasciatore ha poi condannato «l’uso cinico di torti storici come un mezzo per fornire risorse moderne a popoli e nazioni lontanamente collegate alle vittime storiche». James Kariuki, ambasciatore al Palazzo di vetro del Regno Unito, che ebbe un ruolo centrale nella tratta occidentale degli schiavi, ha riconosciuto che il traffico causò sofferenze indicibili a milioni di vittime per molti decenni, ma nel suo discorso all’assemblea ha dichiarato che la risoluzione era problematica per i termini che usava e nei riguardi della legge internazionale. E ha aggiunto che «nessun singolo insieme di atrocità dovrebbe essere considerato come più o meno significativo rispetto ad altri eventi». La stampa internazionale non ha riferito il contenuto delle dichiarazioni dell’ambasciatore israeliano all’ONU.
La battaglia per il riconoscimento delle ingiustizie

Mentre la risoluzione veniva presentata a New York, Bell Ribeiro-Addy, una parlamentare laburista britannica, ha introdotto una petizione ai Comuni in cui chiedeva che il Regno Unito porgesse le sue scuse per il suo ruolo nel commercio di schiavi e per la politica coloniale verso gli africani. «Moltissime delle sfide globali che ci troviamo di fronte oggi -ha detto la parlamentare- hanno le loro radici nell’eredità della schiavitù e dell’impero: dall’instabilità geopolitica al razzismo, alle diseguaglianze, al sottosviluppo, alla crisi climatica». «Per affrontare questi problemi -ha continuato- dobbiamo capire la loro origine». Il Ghana, che ha guidato l’iniziativa, appoggiata dall’Unione Africana e dalla Comunità dei Caraibi, si è battuto affinché la terminologia usata riflettesse l’impatto persistente che la schiavitù continua ad avere sul continente africano. Gli esperti che hanno stilato la risoluzione hanno dichiarato che si tratta di un tentativo di «ottenere un riconoscimento politico al più alto livello».
Kyeretwie Osei, capo dei programmi economici, sociali e culturali dell’Unione Africana, ha dichiarato al quotidiano britannico Guardian che «il punto principale non è quello di introdurre una gerarchia dei crimini, ma piuttosto è un tentativo di collocare adeguatamente quel capitolo particolare nella storia…di come il suo impatto mondiale sia stato così devastante che, in pratica, ha costituito la base per qualunque atrocità e crimine contro l’umanità che è venuto dopo». Il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, ha dichiarato che venivano richieste «azioni ancora più coraggiose» a un numero maggiore di Stati affinché si affrontassero le ingiustizie storiche. Il giorno prima della presentazione della risoluzione all’ONU, il ministro degli Esteri del Ghana, Samuel Akudzeto Ablakwa, ha dichiarato alla BBC: «Noi chiediamo delle compensazioni e vogliamo essere molto chiari su questo punto: i leader africani non stanno chiedendo soldi per sé stessi. Noi vogliamo giustizia per le vittime e vogliamo che siano creati fondi di potenziamento e per l’addestramento professionale». Ablakwa ha aggiunto che con la risoluzione il Ghana non intende porre le sue sofferenze al di sopra di quelle di chiunque altro, ma intende semplicemente documentare un fatto storico. Tra il 1500 e il 1800, circa 12-15 milioni di persone sono state catturate in Africa e condotte nelle Americhe dove sono state costrette a lavorare come schiavi nelle piantagioni. Si è calcolato che circa due milioni di neri morirono durante il trasporto.
Questi fatti sono veri, ci sono precise responsabilità storiche nella tratta degli schiavi e nel colonialismo. È anche moralmente giusto, doveroso oserei dire, che quei crimini vengano affrontati e si discuta su come intervenire. Ma se facciamo appello alla storia, la denuncia contro la tratta occidentale è soltanto una parte della tratta globale e non si può più ignorare, per amore di giustizia e di verità, che il rapimento e la deportazione di schiavi neri fu iniziata da mercanti arabi nel VII secolo, molto prima dell’intervento degli europei. L’Olanda rimane l’unico Paese europeo ad aver formulato scuse ufficiali per il ruolo che ebbe nel commercio di schiavi. Il 19 dicembre 2022, l’allora Primo ministro Mark Rutte si scusò a nome del Paese e definì la schiavitù come «un crimine contro l’umanità».
L’altra metà dell’orrore
L’inizio della tratta degli schiavi viene collegata ai portoghesi che, verso la metà del XV secolo, cominciarono a razziare l’interno del continente africano per rapire schiavi da destinare alle piantagioni, prima nelle isole atlantiche e poi in America. Ai portoghesi si aggiunsero poi gli spagnoli, i francesi, gli inglesi, gli olandesi che diedero vita a quella che la storia ha definito la “Tratta occidentale degli schiavi”. Questo è un fatto storico, ma rappresenta soltanto una metà del quadro. In primo luogo, lo schiavismo non è assolutamente legato alla cultura occidentale perché la prima prova storica dell’esistenza della tratta degli schiavi è rappresentata da una pietra scolpita, trovata all’altezza della seconda cataratta del Nilo, e datata 2900 a.C., che rappresenta una barca affollata da prigionieri nubiani destinati alla schiavitù in Egitto. C’è quindi una tratta che è iniziata millenni prima di quella inaugurata dai portoghesi. Per molti secoli la cattura di africani, per il lavoro nell’edilizia, nelle miniere, nei campi e in progetti di risistemazione del territorio era stata costante ma senza un impatto significativo. Il salto di qualità avviene nel VII secolo quando i mercanti arabi, appena convertiti all’islam, arrivano in Africa orientale e, con l’aiuto di popolazioni locali, iniziano la prima tratta internazionale degli schiavi africani che venivano poi trasportati nella Penisola arabica, in Medio Oriente e verso l’India.
Per descrivere il fenomeno lascio la parola a Zeinab Badawi, una giornalista proveniente da una famiglia islamica del Sudan e volto noto della BBC per molti anni, autrice di una documentata storia dell’Africa, vista dal punto di vista degli africani. «Si calcola -scrive Badawi- che, tra il VII e il XIX secolo, un totale di 14 milioni di africani siano stati deportati dagli arabi e dai loro associati verso le terre arabe, oltre che nel Golfo Persico e in India. Come accennato nei capitoli precedenti, anche i regni dinastici dell’Africa occidentale e settentrionale approfittarono di questo commercio. Questa stima spaventosamente alta include tutti gli itinerari: attraverso il Sahara in direzione del Nord Africa, attraverso il Mar Rosso e il Mediterraneo, e attraverso l’Oceano Indiano, la rotta utilizzata per trasportare la gran parte degli schiavi, cioè quasi 10 milioni. Sebbene gli arabi attingessero anche dall’India e dal Sudest asiatico, la maggioranza degli schiavi era costituita da africani. Il traffico degli esseri umani attraverso l’Oceano Indiano è un capitolo estremamente tragico e trascurato della storia della schiavitù in Africa». Uno dei centri di questa tratta era Zanzibar e il ruolo centrale veniva ricoperto dai mercanti dell’Oman, soprattutto dopo che ebbero preso il controllo di Mombasa, in quello che è oggi il Kenya. Anche se, a volte, venivano usati all’interno delle abitazioni, la maggior parte degli schiavi era impiegata in grandi progetti agricoli, nella bonifica di paludi salmastre, nelle miniere o arruolata a forza nell’esercito, mentre alle schiave erano riservate le attività domestiche e il ruolo di concubine (e questa è certamente una differenza significativa con la tratta occidentale).

Un’altra rotta per il trasporto degli schiavi era quella che passava attraverso il Sahara, già nota in antichità ma che si sviluppò ulteriormente dall’VIII secolo in poi, dopo la conquista del Nord Africa da parte di arabi e berberi che, seguendo il corso del Nilo, iniziarono ad avventurarsi verso la Nubia e anche attraverso il Sahara, per raggiungere l’Africa occidentale. Gli arabi si procuravano gli schiavi con incursioni violente che consentivano la cattura di schiavi di entrambi i sessi che venivano imprigionati e poi condotti in lunghe carovane verso i principali mercati che si trovavano in Marocco, Algeria, Tripoli e il Cairo. Le operazioni erano rese possibili dall’alleanza con le monarchie dei regni dell’Africa centrale che, in alcuni casi avevano tentato di opporsi alla pratica, ma avevano poi finito per collaborare in un traffico disumano di cui si avvantaggiavano anche loro. L’attraversamento del deserto avveniva in condizioni durissime, con cibo scarso e poca acqua ed era abbastanza comune che molti prigionieri morissero lungo la traversata, come succedeva anche agli schiavi stipati all’inverosimile sulle navi negriere della tratta occidentale. Il lungo attraversamento avveniva anche con il sostegno di quei gruppi etnici, come i beduini provenienti dall’Arabia, che avevano sviluppato una grande capacità di adattamento in un sistema rovente e arido come il deserto. Altre tribù nomadi svolgevano il ruolo di guide, sorveglianti e cammellieri, traendo beneficio dal traffico che attraversava il loro territorio. Per completezza di informazione riporto che, secondo la maggioranza degli studiosi, la tratta occidentale dall’Africa verso le Americhe coinvolse dai 12,5 ai 15 milioni di schiavi.
L’isola di Gorée in Senegal è diventata tristemente famosa perché stava al centro della «costa degli schiavi» che sarebbero poi stati deportati nelle piantagioni americane. Il 22 febbraio del 1992 papa Giovanni Paolo II si recò in visita alla Maison des Esclaves (Casa degli schiavi) dell’isola. In un atto di profonda penitenza, si inginocchiò nel luogo della deportazione e chiese perdono per il peccato dello schiavismo. La tratta orientale, quella che non viene proprio nominata nella dichiarazione approvata dall’ONU, non ha luoghi altrettanto noti, ma non per questo è stata meno feroce. Non molto lontano da Zanzibar, c’è un piccolo villaggio di pescatori chiamato Shimoni, che significa «luogo del buco», dove si trovano diverse grotte infestate da pipistrelli, utilizzate in passato come celle per gli schiavi che sarebbero poi stati portati verso la Penisola arabica. Si possono ancora vedere gli anelli di ferro infissi alle pareti a cui venivano incatenati gli schiavi, in attesa che arrivassero i dau (le tradizionali imbarcazioni a vela) che li avrebbero poi condotti verso il loro infelice destino oltre il Mar Rosso. Gli africani non amano parlare del ruolo che vari potentati neri ebbero nella tratta degli schiavi, sia orientale che occidentale, e il fenomeno è apertamente negato all’interno del mondo arabo che parla dello schiavismo come un crimine dei colonialisti occidentali. L’unica eccezione a questa cortina di silenzio è la creazione della Bin Jelmood House, parte dei Msheireb Museums, a Doha, nel Qatar. Il museo, il primo (e finora unico), nel mondo arabo dedicato alla storia dello schiavismo, è stato inaugurato nel 2015 e si ripropone di sensibilizzare i visitatori sulla storia della schiavitù, antica e moderna, e illustrare un fenomeno che non ha trovato alcuno spazio all’interno del sistema educativo locale. Molti osservatori hanno però notato che, più che mostrare sensibilità per il drammatico fenomeno della schiavitù, il museo sia stato usato per ripulire l’immagine di un Paese che si apprestava a ospitare i Campionati mondiali di calcio del 2022.
Galliano Maria Speri
