Tornare alla Comunità Europea di Difesa come risposta alla crisi dell’ordine atlantico

La guerra russa contro l’Ucraina e la crescente incertezza del legame transatlantico hanno riportato una questione a lungo rimossa al centro della riflessione strategica europea: chi garantisce la sicurezza del continente nel caso di un progressivo disimpegno degli Stati Uniti? È dentro questo scenario che si colloca L’esercito europeo. Difesa e pace nell’era Trump, il nuovo libro di Federico Fabbrini, professore di Diritto europeo alla Dublin City University, che affronta il tema della difesa comune con una prospettiva originale e insieme radicale. Sarebbe bello se anche le classi dirigenti di questa Europa cominciassero a guardare alla questione della difesa del continente con un approccio pragmatico e abbandonassero le visioni ideologiche che, sostanzialmente, fanno il gioco di Putin e di Trump.

Il volume si inserisce in un dibattito che negli ultimi anni ha conosciuto una significativa accelerazione. La guerra in Ucraina ha dimostrato come la sicurezza europea continui a dipendere in misura decisiva dall’ombrello strategico americano. Parallelamente, la possibilità di una riduzione dell’impegno statunitense, già emersa durante la prima amministrazione Trump e tornata con forza dopo il suo ritorno alla Casa Bianca, ha riaperto la discussione sull’autonomia strategica dell’Europa. Un concetto, quest’ultimo, che fino a pochi anni fa appariva confinato nelle dichiarazioni politiche francesi e che oggi è diventato uno degli assi portanti del confronto europeo.

L’aggressione russa contro l’Ucraina, che sta toccando picchi di violenza mai visti prima e la crisi di Hormuz, con pesanti ripercussioni sull’economia mondiale, stanno mostrando la necessità impellente di intraprendere passi concreti per affrontare la questione della sicurezza europea. In una situazione così instabile, i politici della UE continuano a baloccarsi con temi che, pur importanti, non sono una priorità strategica. La nostra premier, dopo il sonoro ceffone ricevuto “dall’amico Donald”, si guarda bene dall’ipotizzare una cessione di sovranità per far fronte comune nella difesa del continente. Si discute a vanvera di allargamento della UE, senza prendere in considerazione la severa analisi di Silvie Goulard che ammonisce sul pericolo di accettare nuovi stati membri senza aver prima modificato le regole che paralizzano e penalizzano l’Unione Europea (vedi la mia recensione di Grande da morire del 31 marzo 2025).

Il saggio di Fabbrini ha il merito di riportare al centro dell’attenzione e, si spera, del dibattito quello che è forse il principale tema strategico che l’Europa dovrebbe affrontare perché non c’è nessuna invasione di migranti ma è innegabile che, invece, un’invasione russa è in corso e non accenna a placarsi. Negli ultimi mesi il tema della difesa europea è stato affrontato da prospettive differenti. Il rapporto sulla competitività europea coordinato da Mario Draghi ha sottolineato come sicurezza, tecnologia e capacità industriale costituiscano ormai elementi inseparabili della sovranità europea. In parallelo, economisti come Guntram Wolff, Jeromin Zettelmeyer e André Steinbach hanno insistito sulla necessità di creare meccanismi comuni di finanziamento della difesa, superando la logica della mera sommatoria delle spese nazionali. Sul piano più strettamente politico-istituzionale, Domenico Moro aveva già indicato, nel suo Verso la difesa europea, la necessità di affrontare il nodo federale della sicurezza, mentre Luciano Gianniti ha recentemente richiamato la centralità del precedente storico della Comunità Europea di Difesa.

È precisamente all’interno di questo filone che si colloca Fabbrini, ma con una proposta più ambiziosa e innovativa. A differenza di gran parte della letteratura sull’autonomia strategica, il suo obiettivo non è semplicemente rafforzare gli strumenti esistenti dell’Unione Europea o aumentare la spesa militare degli Stati membri. Il punto centrale del libro è un altro: la costruzione di una vera capacità di deterrenza europea richiede istituzioni comuni e una legittimazione democratica condivisa. In altri termini, non basta coordinare gli eserciti nazionali; occorre creare un livello di sovranità comune nel campo della difesa.

Cosa fare oltre le chiacchiere

La tesi si sviluppa attraverso una ricostruzione storica e giuridica delle principali esperienze di integrazione militare del continente. La NATO viene interpretata come un modello di “esercito confederale”, fondato sulla cooperazione tra stati sovrani. La Politica di sicurezza e difesa comune dell’Unione Europea appare invece come una struttura incompleta, capace di sviluppare strumenti industriali e operativi, ma priva di un vero potere politico e militare autonomo.

Alcide De Gasperi (1881-1954) fu uno dei principali promotori della Comunità Europea di Difesa, anche se morì prima di poter vedere la ratifica del Trattato istitutivo.

L’aspetto più originale del volume riguarda tuttavia la rivalutazione della Comunità Europea di Difesa (CED) del 1952. Fabbrini si guarda bene dal considerarla un reperto storico e la interpreta come un precedente ancora utilizzabile. La sua argomentazione, fondata su un’analisi giuridica dettagliata, sostiene che il Trattato CED non sia mai stato formalmente abbandonato e che, in linea teorica, potrebbe ancora entrare in vigore attraverso la ratifica francese e italiana. Da qui l’idea di fare della vecchia Comunità Europea di Difesa il nucleo di un pilastro europeo integrato all’interno della NATO. Si tratta di una proposta destinata a suscitare inevitabili obiezioni. La condivisione della sovranità militare rappresenta infatti uno degli ambiti più sensibili della sovranità statale. Le diverse culture strategiche europee, i differenti interessi geopolitici e la riluttanza delle classi politiche nazionali a cedere competenze in materia di difesa costituiscono ostacoli formidabili. Lo stesso rapporto Draghi, pur insistendo sulla necessità di un salto di scala europeo, si mantiene su posizioni più pragmatiche, privilegiando la dimensione industriale e finanziaria rispetto a quella propriamente costituzionale.

È proprio qui che emerge il tratto distintivo del libro. Fabbrini non propone soltanto un rafforzamento della cooperazione europea, ma sostiene implicitamente che la questione della difesa non possa essere separata dal problema della natura politica dell’Europa. Dietro il tema dell’esercito europeo riaffiora infatti il nodo mai risolto del federalismo europeo. La sicurezza diventa così il terreno sul quale si misura la capacità dell’Unione di trasformarsi da potenza economica in autentico soggetto geopolitico. Più che un semplice saggio di diritto europeo, L’esercito europeo è quindi un intervento nel dibattito strategico del nostro tempo. La forza del libro risiede nella capacità di riportare al centro una domanda che l’Europa ha a lungo evitato: se la sicurezza costituisce il fondamento ultimo della sovranità, è possibile immaginare una sovranità europea senza una difesa europea?

Che si condividano o meno le conclusioni dell’autore, il volume di Fabbrini rappresenta uno dei contributi più stimolanti e meglio argomentati apparsi negli ultimi anni su un tema destinato a occupare stabilmente l’agenda politica del continente. Perché, al di là delle formule e delle retoriche sull’autonomia strategica, la questione fondamentale rimane aperta: in un mondo sempre più competitivo e instabile, l’Europa può continuare a essere un gigante economico e un nano politico, oppure è giunto il momento di affrontare fino in fondo il problema della propria sicurezza?

Federico Fabbrini
L’esercito europeo. Difesa e pace nell’era Trump
il Mulino, pp. 216, € 18

Galliano Maria Speri