Se l’Europa vuole sopravvivere deve farsi leone

Parafrasando Marx, potremmo dire che un nuovo spettro si aggira per il mondo ed è la logica imperiale – intesa come pratica di sopraffazione, spartizione del globo in sfere d’influenza e riduzione del diritto a mero riflesso della potenza materiale. Questo drammatico pericolo ha cessato di essere un fantasma del passato ed è tornato a farsi realtà impellente. Di fronte a questa metamorfosi, ciò che molti analisti e decisori politici spacciano per lucido pragmatismo o fredda Realpolitik si è trasformato in una pericolosa forma di pigrizia intellettuale e di elusione etica. Accettare passivamente l’avvento di un mondo neo-imperiale significa abdicare, senza nemmeno combattere, alle conquiste di ottant’anni di civiltà giuridica e multilaterale e trasformare l’Europa in terra di scorrerie per i lupi. Ce lo dice in modo molto netto Vittorio Emanuele Parsi, nel suo ultimo saggio.

Parsi è professore ordinario di Relazioni internazionali presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano e Accademico dei Lincei. Qualche anno fa mi è capitato di vedere un suo intervento in televisione e rimasi colpito dalla chiarezza della sua esposizione e dal fatto che, a differenza di tanti altri commentatori, non era innamorato della propria voce ma si limitava ad argomentare in modo fattuale e in tono pacato, una rarità. Nel suo ultimo lavoro mostra le stesse qualità e per farsi comprendere meglio si serve di una nota tassonomia zoologica messa a punto dal politologo Randall Schweller. Fino a poco tempo fa, il sistema poggiava sulla postura consolidata di un “leone” egemone e legittimo – gli Stati Uniti – che garantiva stabilità a un’ampia platea di “agnelli” occidentali, mentre i “lupi” revisionisti (la Russia, la Cina) e gli “sciacalli” opportunisti cercavano di logorarne i margini. Il vero e proprio shock del 2026 risiede tuttavia in una mutazione genetica interna al campo occidentale: sotto la seconda amministrazione di Donald Trump, gli Stati Uniti hanno abdicato al ruolo di garanti dell’ordine liberale da essi stessi edificato, assumendo i tratti di un attore spregiudicato e transazionale, guidato da impulsi neo-mercantilisti e cleptocratici. Quando il pilastro del sistema decide di farsi lupo esso stesso, riducendo le alleanze storiche a contratti di protezione bilaterale e disprezzando apertamente le istituzioni multilaterali, l’illusione di una sicurezza delegata evapora definitivamente. A livello regionale, persino una democrazia che si credeva consolidata come Israele ha scelto, sembra irrimediabilmente, di collocarsi tra gli sciacalli.

E l’Europa che fa?

Parsi conclude il suo ragionamento deducendo che per l’Europa la conseguenza è tanto limpida quanto drammatica: l’epoca degli agnelli è finita; per non essere divorati dai predatori imperiali, gli europei non hanno altra scelta che trasformarsi in leoni, imparando a parlare la lingua della potenza e della responsabilità collettiva. Il conflitto in Ucraina ha dimostrato che l’interdipendenza economica e la globalizzazione dei mercati non sono barriere sufficienti a fermare l’aggressività delle autocrazie, qualora queste siano mosse da revanscismi mitologici e reazionari. La Russia di Vladimir Putin edifica la propria proiezione esterna sull’esportazione del caos e sulla scomposizione dello spazio democratico europeo, giovandosi della convergenza oggettiva con l’approccio post-liberale di Washington. Parsi mette in guardia contro la tentazione di un nuovo appeasement intellettuale e politico, che confonde la pace con la capitolazione del più debole. La guerra, al pari dello stupro -argomenta l’autore con un’efficace e cruda analogia- non richiede la volontà di entrambe le parti: basta che il più forte decida di aggredire perché il più debole si trovi di fronte al bivio radicale tra la resistenza e la servitù. In questo quadro, prepararsi alla difesa e sviluppare una deterrenza credibile non significa invocare il conflitto, ma al contrario allontanarlo, offrendo alla democrazia lo scudo della forza per difendere la forza della legge.

Come esempio di comprensione della situazione strategica attuale l’autore cita il famoso discorso che il Primo ministro canadese Mark Carney ha tenuto a Davos, il 20 gennaio 2026, e quello del Cancelliere tedesco Friedrich Merz alla Conferenza sulla Sicurezza di Monaco, il 13 febbraio 2026 (entrambi vengono riportati in appendice). Sia Carney sia Merz mostrano di rendersi perfettamente conto della svolta epocale che ha drasticamente cambiato il vecchio mondo e si muovono per trovare soluzioni comuni. L’esecutivo guidato da Giorgia Meloni si trova invece a operare in uno scenario in cui la tradizionale postura italiana – riassumibile nella pretesa di essere simultaneamente e senza attriti allineati con l’Unione Europea, la NATO e la presidenza statunitense – è stata resa impossibile dalle scelte di rottura radicale compiute da Donald Trump. In un mondo in cui Washington abbandona la solidarietà transatlantica e rivolge le sue politiche più aggressive verso gli alleati liberaldemocratici, la politica estera non può più ridursi a una sequenza di adattamenti tattici, tweet roboanti o presentismo mediatico. Al governo italiano viene contestato un deficit di autentico realismo e di ancoraggio ai princìpi costituzionali e repubblicani. Il vero interesse nazionale non si difende assecondando l’onda del sovranismo isolazionista, che storicamente ha sempre frammentato il continente lasciando i singoli Stati di medie dimensioni esposti all’arbitrio dei grandi imperi, ma promuovendo un protagonismo attivo nel processo di integrazione europea. Parsi prende però atto che anche l’opposizione non ha nessun programma per affrontare, sia a livello analitico sia propositivo, la mutata situazione strategica.

Il premier canadese Mark Carney, qui mentre parla col Primo ministro britannico Keir Starmer, è stato uno dei pochi leader internazionali a definire la situazione attuale come un “rottura”, non una “transizione” e a sollecitare reazioni adeguate (Open Government Licence v3.0).

Le prospettive future

Secondo l’autore, per superare l’attuale paralisi istituzionale, l’Europa deve compiere il salto qualitativo indicato dalle riflessioni di Mario Draghi e dai recenti dibattiti strategici: passare dalla frammentazione confederale alla coesione federale nei settori vitali della difesa, della politica estera e dello sviluppo industriale. Laddove l’Unione Europea agisce come soggetto unitario viene rispettata come grande potenza; laddove rimane una somma disordinata di capitali paralizzate dal ricatto del diritto di veto, essa si condanna all’irrilevanza e alla vulnerabilità. Il politologo milanese richiama la necessità di dare corpo a un “realismo di principio” che non si pieghi cinicamente alla legge del più forte, ma che utilizzi gli strumenti della politica per rendere possibile ciò che è esistenzialmente necessario alla sopravvivenza delle società aperte. Proposte concrete come la centralizzazione degli appalti militari a Bruxelles o la costituzione di una forza di risposta rapida permanente – che l’Italia potrebbe guidare insieme alla Spagna – dimostrano che le risorse materiali e demografiche non mancano; ciò che difetta è la volontà politica di superare gli egoismi nazionali prima che sia la storia stessa a travolgerli.

In conclusione, l’opera di Parsi si configura come un severo esame di coscienza per le democrazie occidentali, troppo spesso abituate a considerare la libertà e il benessere come privilegi acquisiti per natura e non come edifici fragili da riedificare e difendere quotidianamente. La rinuncia a battersi per l’ordine liberale e per la certezza del diritto internazionale, mascherata da un presunto pragmatismo, è il sintomo di una stanchezza civile che rischia di consegnare le generazioni future alla barbarie di una giungla globale senza regole. Il dovere del coraggio politico e civile, per l’Italia e per l’Europa, consiste nell’abbandonare ogni vacanza dalla storia, assumendo con onesta partigianeria la difesa dei propri valori identitari. Solo un’Europa consapevole della propria forza e decisa a non delegare la propria sicurezza potrà imporsi come un interlocutore rispettato e come un baluardo di stabilità contro il ritorno degli imperi predatori. Certo, le conclusioni del libro potrebbero suonare come mere perorazioni o l’aspirazione di anime belle che rifiutano di accettare la cruda oggettività delle cose a cui non c’è scampo. In realtà, coloro che pretendono di essere realisti e ipotizzano una possibile stabilizzazione dall’avvento degli imperi e delle zone di influenza sembrano ignorare gli eventi che condussero alla Prima guerra mondiale in cui si scontrarono (e si autodistrussero) proprio quegli imperi visti come alternativa al caos attuale. Nei primi capitoli del libro, Parsi cita una famosa definizione contenuta nel Testamento politico del Cardinale di Richelieu, ferocemente odiato dai liberal di tutto il mondo, secondo la quale «la politica è l’arte di rendere possibile ciò che è necessario». Magari, dopo i tanti calci sui denti ricevuti recentemente dal “vecchio amico” Trump (il libro non ne fa cenno perché sono avvenuti dopo la pubblicazione), la nostra premier potrebbe trarne ispirazione per liberarsi dai suoi dogmi ideologici e cominciare a lavorare per un’Europa che si muova in modo fattivo verso un concreto progetto federale.

Vittorio Emanuele Parsi
Contro gli imperi.
Il futuro delle nostre democrazie
nel nuovo ordine mondiale.
Bompiani, pp. 208, € 18

Galliano Maria Speri